Il padre aveva in uso la malga, che apparteneva a parenti. La salita era erta e
faticosa, Malga Palazzo si raggiungeva a piedi. Si era accompagnati dal mulo, riservato al trasporto dei bagagli, e al capofamiglia che lo conduceva. Lì iniziava l’avventura: l’acqua da recuperare alla sorgente, la luce con le lampade a petrolio. Luogo di caccia, la Scanuppia era interdetta alle femmine di casa. Ogni volta era una scoperta, tra sentieri, boschi, montagne e cacciagione
Vallate dove correre a perdifiato e giornate in libertà, in piena sintonia con la natura da
vivere e a cui sopravvivere. Al rientro dai soggiorni selvatici, alle signore di casa Bossi Fedrigotti, si regalavano infiniti racconti di quel gigantesco gallo cedrone o del birbante gallo forcello, i maestosi caprioli all’alba, lepri indomabili, le corse con i cani.
Chiedo a questo punto del rapporto con la caccia: mi piace sentire cosa sia andar per boschi. Il mio ospite spiega, che è una vera forma di riconciliazione con atavici istinti, capaci di fargli “imbrogliare l’orologio pur di arrivare al capriolo prima, anziché tardare la sveglia per alzarsi dopo”. La pratica dell’arte venatoria è trasmessa al conte dal codice genetico, in particolare deriva dalle famiglie della nonna paterna e del nonno materno, “quasi fosse un richiamo a stare nella natura che non si vuol perdere”, racconta.






