Zio Pasquale Ruggero, fratello maggiore di mia madre, era una leggenda vivente. Tarchiato, forte come tre uomini, possedeva una voce che avrebbe intimidito Zeus in persona, e un cuore grande come il mare azzurro su cui era nato. Dopo la leva emigrò a Milano dove per tutta la vita lavorativa, e anche oltre come formatore dei nuovi controllori, prestò servizio presso l’azienda trasporti urbani del capoluogo lombardo. Da un paio d’anni aveva deciso di ritornare al suo paese d’origine, che poi è anche il mio: Bova Marina, punta estrema dello stivale dove perfino palermitani e messinesi sono visti come settentrionali. E’ stato per me maestro di caccia e di pesca, e molte delle cose più importanti che so di queste due discipline posso dire che me l’ha insegnate lui.
“Il beccaccino quando parte ti frega, se non stai calmo. Fallo sfogare e poi spara”, mi diceva, io poco più che bambino, sull’argine dell’Amendolea, una fiumara che con alterne vicende scorre poco lontana da Bova fra i profumati calanchi d’argilla. All’epoca la caccia si apriva poco dopo Ferragosto, e noi, da varie città d’Italia, ci trovavamo tutti al paese natio per le vacanze d’una estate calda e sconfinata. Erano gli anni settanta. In macchine cariche di bambini e bagagli, gli zii, tutti cacciatori come il nonno, loro padre, caricavano a bordo anche il fucile, le cartucce, e l’entusiasmo ruggente che in quel modo e misura si può avere solo nel fiore dell’età. E così all’apertura si partiva. Dalla casa dei nonni, dove alloggiavamo tutti, salivamo a piedi fin dove finivano le ultime propaggini del paese e iniziava il regno di una natura mediterranea e assolata, profumata di lentisco, punteggiata di cardo e presidiata da eucalipti e fichi d’india, arida solo in apparenza ma in realtà ricchissima d’ogni forma di vita. Capitava che da olivi secolari si levassero delle tortore veloci, o un gruppo di colombacci sbruffoni sorvolasse un fico solitario o un piccolo vigneto, e allora lo zio azionava il suo “swing” leggendario e li staccava dal cielo facendo coppiole che rimangono ancora nel mio diario dei sogni. Era un gran tiratore, zio Pasquale. ” Quando la lepre parte dritta devi tirare sulle orecchie e vai tranquillo; quando parte di lato accompagni il tiro, la superi e spari senza fermare mai l’imbracciata. Mai, hai capito!??”, ruggiva con quel vocione da sergente maggiore.
Nessuno ha la ricetta per il tiro perfetto, ma dopo decenni di caccia posso dirvi senza alcuna indecisione che le padelle sulla lepre le ho fatte solo quando non ho messo in pratica i suoi consigli.
Mi ha insegnato a pulire la selvaggina, nozione che ho passato pari pari alle cucine di casa mia, e mi ha anche dimostrato che la sapeva cucinare meglio di uno chef pieno di stelle. Il suo ragù di cinghiale, a tutt’oggi, è rimasto per me ineguagliato.
Alcuni anni fa mi telefonò:” Mario, vieni su a Milano perché voglio darti la doppietta di tuo nonno. Da decenni non la uso più, e in verità l’ho sempre adoperata poco, l’ultima volta più di quarant’anni fa. Guarda, si tratta di un gioiello artigianale che non ce n’è un’altra…”
Presagiva che la sua grande carriera di cacciatore era ormai arrivata alla fine della parabola, e voleva che quell’arma preziosa non andasse perduta. Così, dalla terra di Toscana risalii un terzo di stivale e arrivai a Milano per ricevere il dono. Quando prima di ripartire mi consegnò la doppietta, le diede un bacio sulle canne e mi disse: ” A chi se non a te? Fanne buon uso.”
Pochi mesi dopo avermela donata, dei malviventi entrarono in casa sua e gli portarono via la cassaforte in cui teneva i fucili rimastigli, i ricordi di sua moglie, la zia Vittoria, da tempo salita al cielo, e i documenti importanti della casa e della famiglia.
“Hai visto che ho fatto bene a dartela? Abbiamo fregato il destino!”, mi disse al telefono quando m’informò dell’accaduto.
“Zio, mi dispiace tu sia rimasto senza fucili. Se vuoi te la riporto…”
“Per farne cosa? Quella ormai è tua. A me, i fucili non servono più.”
Non cacciava più, zio Pasquale. Ma ogni qualvolta gli mandavo un video con una bella azione dei miei cani, mi rispondeva entusiasta, prodigo di consigli, di complimenti e di appunti preziosi. E allora per alcuni momenti incantati il flusso potente della vita gli ritornava nel sangue come ai tempi d’una volta, quando col cane e il fucile in spalla scavalcava colline e traversava pianure, forte come solo lui sapeva essere.
Due giorni fa, a novantun anni, da una dimensione sconosciuta qualcuno gli ha riportato uno dei suoi fucili. Com’è sempre stato suo costume, lo zio non ci ha pensato due volte. Libero ormai da ogni vincolo e da ogni gravezza terrena, ha deciso di andarsene a caccia lontano, in un luogo dove non ci sono calendari né obblighi, ma solo la gioia senza fine di frulli rumorosi di fagiani, saettare di beccaccini su specchi d’acqua infiniti, e tanta, meravigliosa felicità.






