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GLI INDIMENTICABILI : ADDIO MASTRO GIOVANNI…

9 Luglio 2026 di Mario Sapia
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“Siete già aperto, mastro Giovanni?”, chiedevamo un po’ increduli facendo capolino nel negozio.
“E che faccio a casa?”, rispondeva lui invariabilmente. Che fosse il mattino di Natale o il pomeriggio di Ferragosto, lui era lì, in quella bottega afosa e modesta d’arredo, dietro il banco a vetro lesionato da tempo immemore, intento a montare una lenza, a riparare un mulinello, o a mettere negli scaffali le scatole di cartucce. Il viso solcato da rughe, i capelli chiari e crespi, gli occhi indagatori che avevano già capito di cosa c’era bisogno prima ancora che avessimo finito di parlare. In tutta la costa Jonica da Catanzaro a Reggio, mastro Giovanni Praticò era molto più che un punto di riferimento. Era una leggenda.
Artigiano abilissimo, in grado di mettere a nuovo un mulinello difettoso come una doppietta pregiata, preparava lenze e braccioli armandoli con una perizia che nemmeno le grandi case giapponesi con i loro computer potevano eguagliare. E nel suo Caccia e Pesca di Bova Marina, all’estremo sud dello Stivale, gli appassionati venivano in pellegrinaggio dalle città più grandi e dai piccoli centri, e andavano via felici di aver acquistato da lui e ancor più di aver goduto di un suo consiglio, serbandolo come un segreto prezioso. “Lenze magiche, quelle di mastro Giovanni..”, era la voce diffusa. Un po’ era vero, ma la magia non c’entrava niente. Era la sua certosina perizia a fare la differenza, e l’enorme esperienza maturata a pesca, e a caccia in un territorio severo e meraviglioso come l’Aspromonte e quelle sue propaggini che scendono ad occhieggiare l’acqua cristallina del “Mare più azzurro d’Italia”. Scorci di bellezza struggente, profumi mattutini che una volta sentiti non li puoi più dimenticare. Giovanni Praticò era cacciatore nell’anima. Amava gli animali, la campagna, l’aria aperta e pulita, e possedeva una dote rarissima: la sincerità. Non aveva studiato, ma parlava semplice e coinciso esponendo chiari e scuri di un prodotto come di una situazione di politica venatoria o ambientale. Lo faceva a modo suo, senza giri di parole e a volte ad istinto e sentimento, ma il suo pensiero era logico e genuino e le soluzioni che prospettava apparivano sempre le più efficaci.
Dalla sua bottega, adesso chiusa per sempre, la casa dei miei nonni dista meno di cinquanta metri. Il pomeriggio, la visita era quasi un rito. Sparivamo inghiottiti in quell’antro per noi meraviglioso e tornavamo nel mondo solo dopo almeno un’ora e mezza di febbrili consultazioni, accaldati e fieri come d’aver compiuto un viaggio straordinario e una sorta d’ineludibile rito apotropaico prima di scendere in spiaggia e affrontare il mare.
Quando nel 1984, da giovanotto diciannovenne, presi il mio primo porto d’armi, il documento me lo consegnarono poco prima che andassi a Bova Marina per le vacanze estive.
Mastro Giovanni aveva deciso da poco di non tenere più armi, ma gli dissi che in una grande armeria di Firenze, città dove studiavo da universitario, c’era in offerta una doppietta usata che m’era piaciuta moltissimo e che avrei voluto acquistare una volta avuta in mano la licenza. Non avevo esperienza, e avevo bisogno di un consiglio per fare quel passo decisivo che avrebbe inaugurato la mia carriera di cacciatore.
“Che marca è?”, mi chiese.
“Una Bernardelli. L’armiere vuole un milione e duecentomila lire”.
“Non c’è un’altra meglio. Compratela.”
“E’ un po’ cara…”
” Vale molto di più. Spara ch’è una meraviglia, e non vi darà mai problemi”.
Aveva iniziato a darmi del “voi”, pur essendo io poco più di un ragazzo. Nel suo mondo, ero diventato un uomo.
Iniziò a parlarmi di sistema demibloc, di qualità dell’acciaio, di forature, di meccanismi di scatto. Tutte cose di cui sapevo poco o niente e che lui invece descriveva come se li avesse avuti davanti agli occhi. E mi spiegò con ogni più accurata circostanza, perché quella doppietta era un’occasione che non dovevo lasciarmi scappare.
Non si sbagliò di una virgola. Con quell’arma ho cacciato tanto e di tutto, e in quarantadue anni non mi ha mai tradito, nemmeno quando misi in canna una cartuccia magnum, pescata per errore dalla cartucciera, svista che con un altro fucile avrebbe potuto costarmi molto cara.
Erano le otto e mezza di sera già passate mentre parlavamo di questo. Una macchina di grossa cilindrata si fermò davanti al negozio. Era gente di fuori, probabilmente da Reggio. Scesero due con dei mulinelli e un fucile subacqueo in mano e gli chiesero: ” State chiudendo?”, meravigliandosi che infatti non avesse già abbassato il bandone come tutti gli altri esercizi.
“Ditemi, che vi serve?”, rispose.
” E’ cosa un poco lunga e complicata…”, ribatté uno di loro rimanendo sulla soglia.
“Chistu, dassati mi v’u dicu eu. Trasiti, sinnò chiudu e mi ndi vaiu a casa…”
Questo, lasciatelo dire a me. Entrate, sennò chiudo e me ne vado a casa. Questo era lui: schietto, competente come pochissimi, corretto fino allo spasimo e ben consapevole che dietro la richiesta di un appassionato, piccola o complessa che fosse, si nascondeva sempre la ricerca d’un pizzico di terrena felicità.
Allora grazie di tutto, mastro Giovanni. Buona caccia e buona pesca ovunque voi siate, a nome mio e di tutte le generazioni di appassionati che hanno avuto la fortuna di conoscervi.
Non si dice, lo so: ma per voi anche la scaramanzia farà un’eccezione.

 


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