La statua del Maestro torreggia bronzea guardando le acque cerulee antistanti, come a proteggere con la sua sola presenza quella che fu la casa più amata. Traguardando la grande scultura, l’atmosfera liberty della villa è affascinante tanto quanto lo è lo specchio del lago di Massaciuccoli, che pare quasi abbracciarla d’azzurro e di poesia. La chiamava ” rifugio dell’anima”, e non stupisce che Giacomo Puccini l’avesse eletta a dimora preferita per un arco di anni in cui la
sua geniale vena creativa giungeva a culmine e compimento, e non meraviglia che in quest’alveo incantato abbia composto alcune delle sue musiche più belle ed amate. Partiture immortali come quelle della “Tosca”, di “Madama Butterfly”, e soprattutto della “Bohème”, una delle opere più rappresentate di tutti i tempi, hanno avuto concepimento e sviluppo qui, in questa che per lui era difatti ben più d’una dimora.
Nel villino, museo già dal 1926, la dottoressa Patrizia Mavilla ci accoglie con il sorriso garbato di un’anfitriona orgogliosa della sua casa e, da un portone laterale, c’introduce alle stanze passando proprio da dove, al ritorno dalla caccia, entrava il
Maestro. Se andando avanti si aprono sale che una volta erano le cucine, ormai ovviamente dismesse, e sulla sinistra s’intravede il salone con il pianoforte che da solo varrebbe il viaggio, guardando a destra si snoda una stanza del tutto particolare. Più che una semplice stanza, in verità è uno spazio che ha il sapore e l’atmosfera di un luogo sacro. Un sacro laico, ovviamente, ma pur sempre appartenente ad una dimensione in qualche modo distaccata dalla quotidiana compiutezza. la stanza della Caccia. Pensata e voluta da lui personalmente come vano funzionale all’attività venatoria, Giacomo Puccini teneva qui raccolta tutta la sua immensa passione per l’Ars Venandi, e da qui passava per lasciare indumenti e fucili quando rientrava dalle sue leggendarie cacce alle folaghe, come anche da una semplice uscita a germani e beccaccini.
L’armeria è una delle prime cose che catturano lo sguardo. Alta, in rovere scuro, contiene i fucili
del grande musicista inusualmente alloggiati di dorso. In questo modo è possibile ammirare la fattura dei cani, le culatte, le chiusure, lo stondamento dei calci e, di molte fra queste doppiette leggendarie, anche lo zigrino finissimo. Un fucile enorme rimane nell’angolo sinistro guardando il vetro dell’armadio. Si tratta di una doppietta che si può considerare un anello di congiunzione fra i fucili da braccio e le spingarde. Probabilmente un calibro dieci, se non addirittura otto di cui riusciamo solo ad immaginare la scomodità del rinculo, tanto che l’ipotesi migliore rimane quella di un utilizzo appoggiato. L’arma serviva per essere trasportata con maggior facilità rispetto ad una spingarda, mantenendo un potere letale ed una gittata utile quasi altrettanto efficace. Puccini amava particolarmente la caccia dai barchini, muovendosi lentamente fra i falaschi che nel lago disegnavano dei veri e propri labirinti, conoscendo d’ogni via d’acqua le possibilità che un frullo improvviso esplodesse, o l’isoletta di canne dietro cui era facile veder posati gruppi o interi stormi di palmipedi.
La spingarda vera però c’è, appoggiata ad uno degli armadi ricolmi di una vita straordinaria come poche, e fuori dalla stanza c’è anche il barchino su cui era montata. Era l’arma risolutiva per le grandi battute alle folaghe, specialità di cui il Maestro era grande
appassionato, tanto da inventare addirittura una ricetta culinaria per valorizzare al massimo la carne di questi uccelli. Le folaghe “alla Puccini” infatti, preparazione ricca ed elaborata, rientrano a buon diritto fra i piatti storici del lago e, più in grande, di tutta la tradizione gastronomica venatoria italiana.
Mi colpisce uno strano animale che troneggia su un armadio della stanza, al pari d’una grottesca
tra le guglie d’una cattedrale. E’ uno strano uccello con quattro zampe, di cui due protese in avanti a mo’ di artigli che reggono una bacchetta, e malgrado una vita di caccia, non riesco a venire a capo di questo rebus zoologico.
La dottoressa Mavilla mi viene in soccorso: ” Si tratta di uno svasso maggiore, probabilmente cacciato da Puccini, ed impagliato con due zampe posticce e una bacchetta. Antiche voci vorrebbero che si tratti della caricatura di un direttore d’orchestra che, si diceva, dirigesse come una bestia “. La notizia è davvero gustosa. Provo a strapparle un nome, e lei mi risponde con un sorriso smagliante e un’eleganza pari alla sua preparazione: ” Ancora non si sa, ma grazie all’epistolario, non escludiamo che nei prossimi anni qualche cosa verrà fuori. Ricordiamo che il maestro amava la goliardia, e questo genere di burle erano all’ordine del giorno “. E di goliardate pucciniane la direttrice me ne racconta un’altra: ” Quando c’era in zona qualche illustre personaggio a lui antipatico, fingeva di organizzare in suo onore una battuta di caccia notturna ad
un fantomatico animale, l’antilisca. Coadiuvato da complici amici andavano nel bosco vicino al lago insieme all’ospite, che dopo poco veniva lasciato solo al buio. Passato ancora un po’ di tempo, due o tre di questi amici insacchettavano il malcapitato e lo riportavano a villa Puccini dopo un ritorno rocambolesco “. Possiamo solo immaginare lo spavento e lo sconcerto dell’ ospite così burlato, e insieme i lazzi e le risa del Maestro e dei suoi amici, quando l’anima toscana sempre viva in lui veniva fuori in modi così genuini. Ridiamo insieme figurandoci questa situazione e poi rientro nell’alveo della professionalità e domando a Patrizia Mavilla se fra le partiture pucciniane ci sia qualche accenno alla caccia, o se magari dallo studio delle sue carte si fosse evinta qualche particolare ispirazione offerta al Maestro dalla sua passione per Artemide.
“Nella Fanciulla del West, ad esempio “, risponde la direttrice, ” Puccini si lascia ispirare dalla
caccia in alcuni fraseggi. Ma vorrei aggiungere che l’attività venatoria era per lui soprattutto un mezzo importantissimo per restare a contatto con la natura, dimensione intima e profonda da cui molto spesso lui traeva i suoi spunti. Lo sciabordio dei remi sul lago durante le sue amate cacce in palude lo ispirava in modo davvero unico. Pensiamo al Tabarro, o a Madama Butterfly, ma anche in tantissime altre sue opere, il suo rapporto con l’acqua era per lui un importantissimo motivo ispiratore.”
La risposta illuminante della dottoressa risveglia in me una consapevolezza colpevolmente sopita, ovvero di quale spinta ineguagliabile sia la forza dell’armonia dei ritmi naturali, di cui la Stanza della Caccia di Villa Puccini possiamo senza dubbio considerare come simbolo e luogo fra i più evocativi.
La direttrice è un fiume in piena mentre racconta del grande fucile donato al Maestro dal Teatro Regio di Genova, che è il primo a sinistra guardando l’armeria, e si tratta di una doppietta dalle canne lunghe oltre ottanta centimetri, e si rammarica che un altro dono “armigero” prestigioso, ossia il giustapposto omaggiatogli da Enrico Caruso sia andato perduto durante gli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale. Illustra le calzature da caccia di Giacomo Puccini, esposte in bell’ordine in una teca al centro della stanza, e i trofei di grande selvaggina come un magnifico daino, sotto il quale sono appese borse, bisacce e cartucciere, offrendo al visitatore il magico effetto di un istantaneo viaggio nel tempo tanta è la naturalezza con cui questi cimeli sono esposti.
In un angolo, in compagnia di onorificenze e riconoscimenti d’ogni tipo e provenienza, noto un
ritratto di donna. Il trasporto per il gentil sesso da parte del maestro era parte del suo essere, e fonte ignea della sua
passione creativa, anche se il cliché, sottolinea la dottoressa, è stato esagerato negli anni e molti studi recenti riportano più ordine e correttezza storica circa questo argomento. La donna del ritratto è Sybil Seligman, moglie di un noto banchiere della capitale britannica, fu amica, musa e confidente del maestro, nonché forse amante nel suo periodo londinese. Malgrado questo diventò comunque grande amica di Elvira, la moglie di Puccini, nonché di Fosca, la loro figlia e intercettò sapientemente il genio del maestro, divenendone
in qualche modo anche un’intelligente consigliera. Fu la donna che l’assistette negli ultimi suoi giorni nella clinica di Bruxelles dove morì.
E poi busti, ritratti, foto di un’epoca che a noi osservatori d’oggi piace considerare dorata e romantica, e che fu sicuramente laboriosa fucina e bollente magma di ideali, prospettive e illusioni, pur con le molte ombre che ogni pezzo di storia porta con sé. Tuffi nel passato in pochi centimetri quadrati di carta fotografica, ritraenti personaggi che nel mondo della lirica sono a giusta ragione considerate leggende, come quella in cui Puccini è tra Giacosa e Illica, i due librettisti che forse più di ogni altro hanno contribuito al successo universale ed immortale delle sue opere.
La bellezza della villa, così vicina al lago di Massaciuccoli che guardandolo dalle vetrate par quasi
di bagnarsi, custodisce però ben più dei cimeli personali di Giacomo Puccini. Racchiude, intera e percepibile, l’essenza stessa della sua anima di geniale creatore d’armonie ineguagliabili e, ancora vivo e ardente, tutto il fuoco della sua passione. Visitarla è stato un privilegio che ogni amante dell’Opera deve concedersi almeno una volta, e un’occasione che tutti noi animati dal sacro fuoco di Artemide, deve trovare il tempo di cogliere, vivere, e fare propria.
Il Maestro di Torre del Lago ci aspetta, intabarrato sulla sponda del lago col suo sigaro in bocca, le mani in tasca e gli occhi rivolti lontano, verso l’orizzonte di quelle “recondite armonie”, che nessuno come lui sapeva vedere.







