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MURGESE: IL NERO D’ITALIA..

Amico Cavallo
2 Maggio 2025 di Mario Sapia
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murg 1

Dieci biglietti omaggio per lo spettacolo della sera. Questo era il premio offerto dal direttore del circo a chi fosse riuscito a rimanere in groppa al cavallo selvaggio per un intero giro di pista. Ricordo come fosse ieri il suo vestito elegante mentre imboniva dal microfono, e ricordo altrettanto bene l’odore acre della segatura sparsa sulla pista, le facce degli amici che tentavano di dissuadermi, la gente che affollava le tribune. Posso ancora sentire l’emozione che provai trovandomi lì, all’ingresso della pista del circo Medrano, e poi il brivido quando dal sipario si materializzò quel grande cavallo nero irrompendo in pista come un leviatano. Ai miei occhi di quattordicenne apparve come un essere mitologico, una sorta di unicorno morello che s’impennava e sgroppava correndo in cerchio davanti a centinaia di spettatori plaudenti. In quattro avevamo accettato la sfida del direttore, ed io ero l’unico ragazzo dietro tre uomini adulti. Un uomo vestito di rosso entrò e occupò il centro della pista impugnando una lunga frusta mentre a noi veniva spiegato che avremmo dovuto saltare verso il cavallo in corsa, afferrarlo dalla criniera e montarvi in groppa rimanendo sopra per almeno un giro. Vortici di esaltazione misti a terrore mi attraversarono da capo a piedi non so più quante volte. Guardavo ipnotizzato quegli occhi di fuoco, la maestosa chioma ondulata danzante nell’aria e quelle possenti muscolature che guizzavano sotto la luce e parevano metallo nero rivestito di velluto. Vidi balzare su il primo, lo vidi cadere, e poi via via gli altri: uno riuscì ad artigliare la criniera e a salire rimanendo per alcuni metri e un altro finì sotto il ventre di quel dragone nero, che lo saltò senza nemmeno sfiorarlo e continuò la sua galoppata rampando al cielo e poi sferrando in aria calci terribili. Il pubblico era in delirio, io non respiravo più. Mi lanciai verso di lui, riuscii a prenderlo per la criniera e a balzare sulla sua spalla aggrappandomi come un ragno. Mi strinsi forte schiacciando la mia testa sul suo collo e dopo non so più quanto mi sentii scaraventare per aria da una forza invincibile e mi ritrovai in mezzo al truciolo umido, mentre il direttore urlava qualcosa nel microfono. Ero stato quello che aveva percorso più metri in groppa al “cavallo selvaggio”, e pur non avendo compiuto l’intero giro di pista il circo volle lo stesso darmi i dieci biglietti.
L’episodio è ancora vivo in me con la forza di quel momento, ma solo tanti anni dopo capii che quel destriero color della notte era tutto fuorché un cavallo selvaggio. Si trattava di un meraviglioso, addestratissimo cavallo murgese. Fu il mio primo impatto con questa razza magnifica, e avrebbe condiviso il destino comune a tutti i veri amori, ovvero quello di non poter essere mai dimenticati.
Dal sipario frusciante di quel circo, tanti decenni orsono era uscita una creatura possente, un simbolo di forza e di cuore, un protagonista nella storia equestre IMG_20160710_094252d’Italia e dell’Europa intera se è vero, come è vero, che la sua formazione nasce da un coagulo di sangui pregiati, di armonie funzionali, di vicende storiche e umane con pochi altri paragoni nel mondo equino. In una sapiente alchimia, i geni sono stati forgiati al fuoco di una terra aspra e calcarea, fortificati fra boschi di leccio inondati dal vento salso di due mari, affinati in praterie e declivi roventi d’un sole spietato e vivificante. Le Murge sono un luogo complesso, un ambiente in cui le essenze di terra e di flora mediterranee hanno dato luogo ad una crasi di forza e fertilità, ad un dualismo fra dure pietre bianche e terreno ricco di pascolo, fra colline digradanti sino alle coste e selve ombrose che s’arrampicano giungendo a centinaia di metri di altitudine. Territorio vasto più di quattromila chilometri quadrati, distribuiti fra le provincie di Bari, Brindisi e Taranto, le Murge costituiscono una zona che un dio bizzarro ha voluto da una parte dotare di bellezza unica, e dall’altra di un carattere a volte ruvido, riottoso, assetato d’estate e sferzante d’inverno, solcato da grotte carsiche come rughe su un antico volto indurito dalla vita. Le terre sono fertili, ma occorre molto lavoro per poterne trarre frutto adeguato; l’acqua a volte è troppa, a volte troppo poca, e il pascolo può essere ricco o povero a seconda del versante di un colle.
Al pari di una donna magnifica, con le sue dualità la terra di Murgia ha sempre attratto i conquistatori. E’ per questo che proprio qui, la storia e l’uomo hanno estratto una razza di cavalli che non ha eguali, sgrezzandola dalle nebbie del tempo come un diamante dal suo involucro di carbone.
Tuttavia, come per ogni altra razza equina, ma anche canina, è necessario stabilire due cursus per risalirne i meandri delle origini: il primo è quello della storia ancestrale della razza, il secondo, è quello della storia zootecnica.

murg 27Gli Apuli,antichi abitanti delle Puglie avevano ricevuto in “eredità” dagli Argivi, loro progenitori ellenici, delle elegantissime cavalcature leggere di chiara origine araba. Canalizzarono dunque questo sangue, celebrato perfino da Ovidio, assommandolo a quello nordafricano delle cavalcature berbere dei Cartaginesi e diedero così origine ad un ceppo di assoluto valore, un ponte genetico che sarebbe stato in grado di superare i millenni. In quel momento, inizia la storia ancestrale della razza murgese. Con la maestria nell’arte equestre e l’interesse per l’allevamento ereditato dai padri romani e da quelli ellenici, gli Apuli formarono un ceppo di cavalli eccezionali per la caccia e la guerra; destrieri dalla psiche quasi umana, instancabili, intelligentissimi, focosi ma riflessivi, che in poco tempo divennero noti in tutto l’impero. Da Roma, giunsero nelle provincie pugliesi dei grandi selezionatori, vi portarono stalloni e giumente razziate in mezza Europa e introdussero quindi una quota di sangue più pesante, più atto a fatiche fisiche straordinarie come il trasporto in velocità di carri con decine di uomini e masserizie, ma ancora rispondente alle necessità del singolo cavaliere guerriero. Avvenne una prima modifica nel murg 14corpo cromosomico del cavallo pugliese. I diametri si ampliarono, le groppe si irrobustirono per consentire l’inserzione di masse muscolari posteriori più imponenti, le schiene, come conseguenza fisico-anatomica, si insellarono lievemente per permettere una equilibrata trasmissione della propulsione, mentre a queste modifiche morfofunzionali se ne appaiava un’altra di carattere qualitativo, ovvero la comparsa più frequente di soggetti a manto morello. Con tale substrato genetico si andò avanti per alcune centinaia di anni, finchè, come tutte le cose di questo mondo anche l’Impero italico, ovvero quello di Roma vide la fine. I Saraceni iniziarono le loro campagne di invasione e riuscirono ad insediarsi nel sud Italia, da dove diedero la stura a nuove introduzioni di sangue equino orientale che proseguirono anche quando, ormai in pieno medioevo, Federico II di Hohenstaufen non stabilì il suo dominio sull’intero sud della penisola. Uomo illuminato, l’imperatore ascoltava con molta attenzione i racconti che i dignitari di corte arabi gli facevano circa i cavalli delle loro terre, rimanendone talmente affascinato che volle far venire da quei paesi lontani e avvolti da un alone di mistero, gli ????????????stalloni più belli e focosi. Federico II fu uno zootecnico raffinatissimo, vero amante e studioso di tutto quel che concerneva i cavalli, i cani, la caccia e la natura tutta con i suoi mille abitanti. Proprio nelle Murge, il sovrano aveva stabilito i suoi allevamenti più importanti, e dalla produzione cavallina murgese traeva gli esemplari scelti per la sua leggendaria, invincibile cavalleria. Ma il sangue e le gesta dei corsieri d’Arabia continuava ad attirarlo come una calamita. Non si limitò dunque ad importazioni sporadiche, ma in terra di Puglia programmò delle vere e proprie stazioni di monta con stalloni desertici che dovevano, secondo piani precisi immettere attraverso accoppiamenti mirati la quota di sangue d’oriente che lui considerava necessaria. Fra i prodotti dell’allevamento imperiale stava così iniziando a delinearsi una ben caratterizzata fisionomia, e fu questo paniere genetico che attraversò la fine del medioevo per affacciarsi al Cinquecento, quando ormai tanti equilibri politici e territoriali erano definitivamente cambiati.
Il cavallo murgese era già in embrione, ma ancora tanta acqua sarebbe dovuta passare fra le gole remote di quell’assolato pezzo d’Italia.

 

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All’inizio del sedicesimo secolo, la repubblica di Venezia scelse le Murge per impiantare il più importante dei suoi allevamenti equini. Era “La Cavallerizza”, masseria delle Murge baresi entrata nelle leggenda perché da questa struttura, ancora esistente, sono usciti alcuni fra i più importanti stalloni d’Europa. La scelta dei veneziani non era frutto del caso. La posizione strategica del “tallone d’Italia” nonché le condizioni pedoclimatiche delle Murge, e di quella porzione in particolare, erano un connubio perfetto per incrementare la produzione di quei puledri di altissima qualità per i quali la Serenissima era famosa. La Cavallerizza non fu gratuita, ma venne ottenuta dai veneziani pagando col sangue che dovettero versare per liberare il regno di Napoli dagli invasori francesi di Carlo VIII. All’epoca, fra italiani ci si aiutava ancora. In questa masseria ed in altre della zona, i re Aragonesi allevavano da decenni i loro cavalli migliori, discendenti diretti dei più pregiati corsieri murg 3importati dall’Andalusia e incrociati con le cavalle locali, ovvero quelle forgiate secoli prima dalla genialità di Federico II.
Agli occhi esperti dei maestri di scuderia della repubblica di Venezia, la qualità media dei soggetti detenuti apparve come una sorta di bengodi. Riunirono in un unico nucleo gli stalloni migliori, casualmente quasi tutti di manto morello, e a questi neri signori diedero in sposa le loro “lupifere”, le giumente più nobili, quelle che avevano dato prova di procreare solo animali d’eccezione assoluta. Il clima mite e l’ambiente della Cavallerizza erano una combinazione pressoché ideale, con corsi d’acqua fresca tutto l’anno, con immense estensioni di pascoli e boschi di quercia dove i cavalli potevano prosperare, peraltro con poca spesa, per tacere dell’orografia variegata,vantaggiosa per l’ottimale irrobustimento degli arti. E in piazza San Marco, nel cuore della metropoli veneta, i cavalli usati per le parate iniziarono ad essere tutti rigorosamente morelli.
A questo punto, un altro tassello nella costruzione genetica della razza murgese era stato aggiunto, ed un altro passo era stato mosso verso quella omogeneità fenotipica, conseguita solo alcuni secoli dopo, poiché il cavallo, si sa, vive a lungo e procrea poco. Ma andiamo avanti. Il corso della storia e degli eventi portarono al decadimento della “Cavallerizza”, ed alla dispersione del suo patrimonio di anima e sangue. Gli spagnoli se ne reimpossessarono, ma ormai guerre, siccità, alluvioni, carestie e malattie avevano depauperato quella gloriosa fucina di destrieri entrati nella leggenda, in grado d’essere impareggiabili compagni d’arme e d’avventura per i gentiluomini più in vista del Rinascimento, così come alleati preziosi per i massari e per la umile gente delle campagne.
La Cavallerizza però, pur avendo perduto grandissima parte del suo contingente equino, non era completamente scomparsa. Anzi, fu ancora unamurg 13 volta proprio da qui che ricominciò il suo cammino la vicenda della formazione del cavallo murgese, legando il suo nome ad un altro, destinato anche questo ad entrare nella storia: la contea di Conversano, data in premio dal re di Napoli ad Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona per ricompensarlo degli atti di valore compiuti da suo padre e suo fratello nella famosa battaglia d’Otranto contro i turchi. Il giovane conte nutriva per i cavalli una passione profonda, in più supportata da un interesse intellettuale non comune, doti entrambe che lo portarono a compiere studi approfonditi d’ippologia e perfino di veterinaria. Andrea Matteo decise di recuperare quella corrente sanguinea, ormai ridotta ad un rivolo, che proprio alla Cavallerizza era stata fusa, distillata e perfezionata dai veneziani della Serenissima. Riunì insieme le migliori fattrici pugliesi superstiti, scegliendole fra le più rustiche, massiccie e meglio dotate di zoccolo duro, quindi, importò stalloni andalusi di particolare eleganza, stalloni arabi e cavalli berberi che si distinguevano per il carattere indomito e per l’occhio infuocato come pochi altri. I risultati non si fecero attendere. La “razza” di Conversano cominciò a valicare i confini della penisola giungendo fino alla Spagna e all’Europa centrale, mentre la fama della competenza del conte s’era talmente allargata che perfino l’imperatore d’Austria volle la sua consulenza per l’acquisto di due stalloni arabi che servirono poi da base alla formazione della razza lipizzana. Nelle tenute della contea, l’indirizzo allevatoriale dato da Andrea Matteo era orientato secondo due direttrici: una produceva corsieri e destrieri, ossia cavalcature più leggere, adatte alla caccia, alla corsa e all’assalto rapido in battaglia, mentre l’altra sfornava cavalli più massicci, robusti, da utilizzo pratico nel lavoro dei campi o nel trasporto e le cui femmine erano particolarmente adatte alla produzione mulattiera.

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Il conte di Conversano era quasi un mistico dell’arte equestre, e il sangue d’oriente circolò sempre copioso fra le sue mandrie, dalle quali hanno preso origine senza tema di smentita le più pregiate razze italiane, cugine di primo, anzi primissimo grado fra di loro: il Persano, il Napoletano, il Salernitano e il Murgese. Per somma fortuna di queste razze, e dei loro estimatori, la tradizione allevatoriale di Conversano sopravvisse al conte Andrea, e si perpetuò, seppur con alterne vicende, nei suoi discendenti fino ad arrivare alla fine del Settecento, quando un altro conte fu incaricato dal destino di rinverdire l’eccellenza intellettuale di Andrea Matteo: Giulio Antonio Acquaviva di Conversano.
Giulio Antonio oltre che un eccellente amministratore, era un uomo di cavalli dello stesso calibro del suo avo, e non appena riuscì a risanare le finanze del feudo lasciate esauste dal padre, prese ad importare cavalli arabi e berberi per poter fornire sangue nuovo al parco equino ancora in suo possesso. La fortuna degli audaci, che strizza sempre l’occhio anche ai lungimiranti, lo assistette a dovere e fece sì che Giulio Antonio indovinasse gli acquisti giusti, effettuati a prezzi da capogiro presso alcuni sceiccati arabi ed egiziani, e soprattutto azzeccasse i giusti accoppiamenti riuscendo a produrre cavalli che mai s’erano visti quanto ad armonia delle forme, a intelligenza collaborativa e a docilità di murg 9carattere pur conservando nelle vene tutta la forza del fuoco d’oriente. Spese somme enormi, ma venne ampiamente ripagato dalle vendite dei puledri, contesi fra tutte le case aristocratiche disposte a pagarli, letteralmente, a peso d’oro. L’eccellenza di tale produzione non poteva certo rimanere un fatto privato. Le voci e le notizie volarono di corte in corte, fino a giungere ancora una volta a quella magnifica della Vienna imperiale. Giuseppe II d’Austria gli ordinò, per l’Alta Scuola Spagnola di Equitazione, due stalloni morelli destinati a rimanere nel mito: si trattava di Napolitano e Conversano, due dei sei padri fondanti su cui si basò la prestigiosa razza di Lipizza. Questo passaggio lega indissolubilmente i due grandi cavalli italiani: il lipizzano e il murgese, il bianco e il nero, il nobile e il rustico, il raffinato e il guerriero. Tutt’oggi, se si osservano i soggetti lipizzani di famiglia Conversano o Napolitano, se se ne scrutano i ceselli, i profili, le proporzioni fra masseteri e canna nasale, è facile ravvisare quanto forte sia stata quell’infusione di sangue del sud nelle vene eburnee dei magnifici cavalli del Carso.
Gli eccezionali morelli di Conversano, e delle Murge intere, attraversano al galoppo tutto l’Ottocento, partecipando ad imprese militari, lavorando nei murg 10campi e addirittura affrontando avventure sotto la sella dei più famosi briganti del Sud Italia. Gente come Annicchiarico, Scannacornacchia, il Romano ed il leggendario Carmine Crocco riuscirono a farsi beffe dei borbonici prima e dei piemontesi dopo, solo grazie agli straordinari corsieri murgesi che macinavano cento chilometri al giorno quando i cavalli dell’esercito regolare riuscivano appena a percorrerne la metà. Animali che nessuna fatica riusciva a domare, robustissimi, coraggiosi ed intelligenti oltre ogni dire, montati senza nemmeno essere ferrati tanto forte e sano era, ed è tutt’ora, il loro piede. Cavalli fieri ma umili, che accettarono di alleviare il lavoro dell’uomo nelle campagne, di fargli da mezzo di trasporto sotto condizioni talmente dure da stroncare senza pietà la maggior parte dei loro consimili, di soffrire per l’amico uomo patimenti e privazioni indicibili.
Alla metà del diciannovesimo secolo, la connotazione fenotipica del cavallo murgese e la sua rispondenza col genotipo costituivano già una realtà osservabile e misurabile. Gli scarti eccessivi di statura e proporzione si presentavano molto ridotti, i ritorni di sangue di tipo qualitativo come macchie bianche o balzane erano davvero minimali, i caratteri tendevano tutti verso quella docilità intelligente e propulsiva che avrebbe poi caratterizzato gli indirizzi selettivi nei decenni a venire. In breve, si era formata la razza. murg 19
Il Novecento nasce con la “Belle Epoque”, meravigliosa e dorata, ma già destinata a chiudere per sempre l’epoca romantica e ad aprire il più feroce di tutti i secoli. I cavalli furono protagonisti di una guerra mondiale, furono risorsa, purtroppo anche alimentare, per molta gente, furono ancora una volta sfruttati in ogni modo possibile. La gran parte della popolazione equina d’Italia scomparve e si defedò vertiginosamente, ponendo problemi seri alla ricostruzione di ceppi genetici meritevoli di recupero. Il murgese non sfuggì a questo destino, ma in qualche modo fu più fortunato di altri cavalli. A salvarlo fu la lontananza dal fronte, ma soprattutto la straordinaria capacità di produrre muli, animali d’importanza capitale per le operazioni belliche di montagna: non era conveniente mandare al massacro le femmine murgesi, ma sarebbe stato molto più produttivo metterle a sfornare puledri mulini; e non è un mistero che migliaia di muli impiegati nell’ultimo anno di guerra non avessero nemmeno tre anni d’età.

 

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Il trenta d’aprile del 1925, inizia la storia zootecnica della razza. Incomincia quasi in sordina, di sottobanco, a margine di una riunione che s’era tenuta nel palazzo della provincia di Taranto e che aveva avuto come oggetto centrale il recupero dell’asino di Martina Franca. Il dottor Michele De Mauro, veterinario presso l’allora Deposito Stalloni di Foggia, quando ormai i lavori stavano per chiudersi lanciò un avvertimento ai convenuti, ricordando loro che, oltre all’asino di Martina nelle Murge c’era un altro equino da considerare in maniera più attiva, dal punto di vista zootecnico: “Fra le colline delle Murge esiste un tipo cavallino mesomorfo a larghi diametri trasversali, di buona taglia e ben insanguato, il quale rappresenta tale fissità di caratteri da meritare di essere contraddistinto col nome di cavallo delle Murge. Gli allevatori della zona hanno in gran pregio questo tipo cavallino e lo adibiscono in larga misura alla monta pubblica, essi però hanno il grave torto di sottoporlo ad intenso lavoro in tenera età; sicché a tre anni il cavallo delle Murge già presenta deviazioni gravi di appiombi e sfiancamenti sinoviali dovuti a precoce lavoro”.
Il grido d’allarme dell’avveduto veterinario dauno sortì l’effetto desiderato e gli allevatori, resi edotti dello standard compilato proprio da De Mauro, iniziarono a seguirlo alla lettera, complice anche la prospettiva dei premi erogati dal Deposito di Foggia agli esemplari migliori e più aderenti al nuovo dispositivo. Lo standard venne fissato l’anno successivo, ad opera del murg 24Ministero dell’Agricoltura e Foreste ma solo dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale il Deposito stalloni di Foggia venne occupato dalle forze angloamericane e molti cavalli andarono perduti, si vide ufficializzata la denominazione di “razza cavallina delle Murge” e si costituì l’Associazione nazionale allevatori dell’asino di Martina Franca e del Cavallo Murgese. Dal seme stava nascendo la piantina. Molti stalloni dei primi anni Cinquanta, in forza a Foggia, furono acquistati da Istituti lontani dalle Puglie, come quello di Ozieri in Sardegna e Crema in Lombardia, dimostrando la qualità superba dei neri cavalli delle Murge, nonché la loro capacità di adattamento ad ambienti ben diversi da quello in cui si erano così splendidamente formati.
La linea selettiva della razza murgese moderna, ovvero successiva alla costituzione dello standard, passa attraverso tre linee di sangue che hanno imposto dei morfotipi lievemente diversi, ognuno dei quali corrispondente, com’è ovvio, di una determinata costellazione endocrina ed un conseguente impianto caratteriale. Questa “triforcazione” ha permesso di verificare sul campo le ipotesi storiche alle quali ho accennato nell’excursus precedente, mostrando, ovviamente ad occhi esperti, nelle morfologie attuali le vestigia di quegli antichi flussi e reflussi sanguinei che hanno portato alla formazione del cavallo delle Murge così come la conosciamo noi.
murg 21La prima linea di sangue è quella di Granduca da Martina. Questo magnifico stallone nato nel 1919 e morto nel ’44, è considerato fra i moderni “padri fondanti il più rappresentativo esemplare della storia della razza. Imponente, in lui si distinguevano la testa conica, che ricordava nelle proporzioni quella dei suoi avi berberi, il collo a piramide ben inserito nella spalla, il portamento elegante e fiero. Da lui è disceso Nodo d’Oro, il cavallo che più di tutti gli altri ha dato figli di qualità assoluta, dal portamento elegante e dai mirabili rapporti anatomici.
La seconda linea è quella di Nerone. Nato nel ’34 e morto dodici anni dopo, era

Nerone

Nerone

uno stallone fortissimo, quasi una sorta di incarnazione vivente di quello che poteva essere stato l’antico cavallo “napolitano”. Dotato di collo forte e perfettamente raccordato ad una testa dal profilo marcatamente montonino, di grande equilibrio fra masse anteriori e posteriori, di armonia e rotondità di movimento, di carattere acceso ma altamente collaborativo, era provvisto di arti di media lunghezza e masse muscolari poderose ed ha infuso robustezza e solidità senza pari.
La terza linea è quella di Araldo delle Murge, nato nel 1928 e morto nel ’49. Elegante, nevrile benché di tipologia rinascimentale, dava cavalli con criniere foltissime e colli a base molto larga, come il celebre Giove, suo nipote figlio di Marezzo.

marezzo

 

Oggi, che già abbiamo lasciato alle spalle il primo qundicennio del ventunesimo

l'Autore con Nila

l’Autore con Nila

secolo, la razza è magnificamente rappresentata in qualità e numero. Le correnti di sangue si sono spesso incontrate, mescolandosi e apportando l’una all’altra il proprio patrimonio di cromosomi e caratteri; le morfologie si sono affinate guadagnando in stile e poliedricità d’impiego; i temperamenti hanno smussato alcuni angoli e guadagnato ancora di più in collaboratività, facendo si che il nero d’Italia sia impiegato con grande soddisfazione in tante attività che richiedono responsabilità, intelligenza e coraggio, come il servizio nel Corpo Forestale dello Stato o presso le polizie urbane di molti comuni.   Anche lo sport lo ha scoperto e valorizzato, portandolo ad imporsi ai vertici internazionali nelle competizioni di monta da lavoro. Prima sconosciuto all’estero, è adesso richiesto e stimato in molti fra i più importanti Paesi, e dove prima era negletto ora invece viene apprezzato senza mezze misure. Nando Orfei, che di cavalli se ne intendeva, una volta ebbe a dire: “ E’ il migliore. Il miglior cavallo del mondo…”. Il vecchio leone del circo aveva ragione, ed ancora una volta aveva visto lontano. Eccezionale compagno d’avventure nell’equitazione di campagna, il murgese ha carattere franco e gentile, disposto a collaborare con il suo amico a due gambe fino all’inverosimile, ma non è e non sarà mai un pacioso bonaccione tiepido come qualcuno talvolta ha affermato senza conoscere la razza. Ricordiamo sempre 17quali sono le sue origini, e da quali crogiuoli sanguinei si sono generate. L’affilo d’infuocato sangue berbero che si scorge ancora nel suo occhio grande, e quel soffio di deserto d’Arabia che le sue narici ancora respirano, hanno agito come magiche pozioni contribuendo a dar vita ad una delle più straordinarie creazioni del mondo animale. E’ estremamente intelligente, ed è perfettamente in grado di discernere il bene dal male, anche se mi rendo conto di come quest’affermazione possa far storcere più d’un naso. Il cavallo murgese è un amico vero. Sarà difficile che compia un gesto sleale, ed impossibile che non dia tutto se stesso a chi ha conquistato la sua fiducia ed il suo cuore. Dobbiamo essere orgogliosi di avere dato i natali a questa mirabile costruzione di armonie anatomiche e psichiche, a questo destriero che ha saputo attraversare i secoli per giungere fino a noi 7con forza insuperabile, ed ha voluto accontentarci in tutto quanto gli abbiamo chiesto pretendendo in cambio nulla, come solo un vero amico può fare. Ricordo come se fosse ieri la volta in cui, cavalcando in gruppo per i boschi, persi malamente l’equilibrio e ruzzolai giù dalla sella rovinosamente come un fagotto. Metà della comitiva si fermò, mentre l’altra metà, nell’impeto del galoppo e ignara della mia caduta, andò avanti per un centinaio di metri portandosi dietro d’abbrivio anche Nila, la mia cavalla murgese.  Rialzatomi illeso, provai a richiamare la cavalla come avrei fatto con un cane. Nila si fermò all’istante, si girò, si rese conto di ciò che era accaduto e,  davanti agli occhi di trenta cavalieri attoniti, si precipitò verso di me attraversò tutto il gruppo al galoppo e mi si fermò accanto porgendomi la spalla come ad invitarmi a risalire di nuovo. Non ci credevo: era una cosa che avevo visto accadere solo nei film. L’abbracciai, e mentre rimontavo mi resi conto che sarei caduto altre cento volte, pur di vivere ancora quell’emozione.

Lo standard di razza

Lo standard di razza è quello ufficiale dell’Associazione Nazionale allevatori del Cavallo Murgese e dell’Asino di Martina Franca:

1. Area di origine: Regione Puglia, zona delle Murge, province di Bari, Taranto e Brindisi.

 2. Attitudine: equitazione, turismo equestre ed attacchi.

3. Caratteri tipici:

a. Mantello: morello, roano (grigio ferro testa di moro).

b. Conformazione:

Testa: a profilo piano o leggermente montonino, non troppo pesante, fronte

PER SAPERNE DI PIU' Associazione Nazionale allevatori del Cavallo Murgese e dell'Asino di Martina Franca A.N.A.M.F., Via Letizia Marinosci, 1 - 74015 Martina Franca (TA) telefono 080 4807109 | fax 080 4809569 | info@anamf.it anamf.it Associazione Regionale del Cavallo Murgese A. R. C. M., Via G.Giusti, 26 – 70015 Noci (BA) telefono 080 4979429 info@assregcavallomurgese.it assregcavallomurgese.it Oltre ai due siti internet sopra riportati, ve ne segnalo altri tre: forumcavallo.it ( miniera inesauribile d'informazioni sulle attuali linee di sangue e tanto altro) aia.it (sito dell'Associazione Italiana Allevatori) unire.gov.it

PER SAPERNE DI PIU’
Associazione Nazionale allevatori del Cavallo Murgese e dell’Asino di Martina Franca A.N.A.M.F., Via Letizia Marinosci, 1 – 74015 Martina Franca (TA)
telefono 080 4807109 | fax 080 4809569 | info@anamf.it
anamf.it
Associazione Regionale del Cavallo Murgese A. R. C. M., Via G.Giusti, 26 – 70015 Noci (BA) telefono 080 4979429 info@assregcavallomurgese.it
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Oltre ai due siti internet sopra riportati, ve ne segnalo altri tre:
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aia.it (sito dell’Associazione Italiana Allevatori)
unire.gov.it

larga con grande ciuffo, orecchie regolari, occhi grandi ed espressivi, narici ampie e mobili.
Collo: muscoloso, ben portato e ben attaccato, con abbondante criniera.
Spalla: leggermente inclinata e muscolosa.
Garrese: di buona conformazione e bene attaccato alla spalla.
Dorso: orizzontale e ben sostenuto.
Lombi: corti e muscolosi.
Groppa: proporzionata e muscolosa, mediamente inclinata e tendenzialmente più alta del garrese alla croce..
Petto: largo e muscoloso.
Torace: ben sviluppato.
Arti: solidi, con avambraccio mediamente lungo.
Articolazioni: ampie e spesse.
Andature: sciolte, passo sicuro e trotto cadenzato.
Appiombi: regolari.
Piede: regolare, ben diretto con unghia compatta e nera.

c. Temperamento: equilibrato e vivace.

d.Altre caratteristiche: versatilità d’impiego, rustico, frugale, idoneo allo sfruttamento di aree marginali.

e.Difetti che comportano l’esclusione dall’iscrizione dal Libro Genealogico: mantello maltinto o rabicanato o con focature. Macchie bianche alla testa o agli arti. Profilo camuso, gravi tare che pregiudicano la funzionalità o che diano luogo ad eredo-predisposizioni. Unghia bianca.

4) Dati Biometrici a 30 mesi:

MASCHI FEMMINE
min – max (cm) min – max (cm)
Altezza garrese 155 – 168 150 – 162
Circonferenza torace 180 172
Circonferenza stinco 20 19

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