“Alì, bumayè!” . L’urlo di trecentomila persone echeggiava nella notte equatoriale di Kinshasa. Era il ‘settantaquattro del secolo scorso, ed io dormivo come solo un bambino può fare quando mi sentii scrollare da una mano forte. Mio padre aveva promesso che mi avrebbe chiamato per vedere l’incontro. “Alzati dai, c’è Cassius Clay!” . Lui lo chiamava ancora così, nonostante avesse da anni cambiato nome. Scappammo insieme in cucina e lui accese il televisore, un vecchio Philco a valvole tante volte compagno di oniriche avventure per noi bambini.
Adesso non ricordo più chi fosse il telecronista, ma sento ancora l’emozione che la sua voce concitata riusciva a trasmettere. In uno degli angoli del ring troneggiava la stazza ciclopica di George Foreman: l’avversario, il campione in carica, l’uomo più forte del mondo. I suoi muscoli scolpiti nell’ebano erano talmente carichi di forza e sangue che per togliergli l’accappatoio di raso dovettero strapparglielo di dosso. Nell’altro angolo c’era lui, Mohammed Alì, la leggenda vivente, il “labbro di Louisville”, il campione dei campioni. Odiato il primo, amato il secondo, quello che era già nato come l’incontro del secolo era in realtà, soprattutto per il cuore di un bambino, un scontro epico fra il bene ed il male. “Alì, bumayè!” continuava a scandire la folla. “Alì, ammazzalo!”. Era dato tre a uno, Alì. Piangendo, avvolta alle sue ginocchia, la moglie lo aveva supplicato di non salire su quel ring mortale. Foreman, il giorno prima, aveva mandato all’ospedale tre sparring partner toccandoli appena, e aveva divelto il sacco dal muro con un gancio destro, spargendo i calcinacci per tutta la palestra.
Tutti si chiedevano con quale coraggio un uomo potesse salire sul ring contro un simile mostro. Ma Cassius Clay non era un uomo come gli altri. Apparteneva ad una casta di esseri superiori sapientemente mescolati agli altri da mano divina, proprio per indicare una via, per accendere una luce, per cambiare il destino.
Foreman attaccò per sette riprese con la veemenza di un gladiatore. Alì incassò, parò i colpi, schivò, eluse, ogni tanto rintuzzando qualcuna delle tremende bordate del colosso furente. Un velo di tristezza scese su tutti. La leggenda vivente, un round dopo l’altro, stava perdendo la sua battaglia. Ma se tutti noi avessimo guardato negli occhi di Alì mentre combatteva, avremmo scorto la calma e la sicurezza di chi sa che non è ciò che appare.
Ottava ripresa. Alì vide lo spiraglio giusto nella fortezza inespugnabile. Tre , quattro colpi tutti al mento, veloci come saette e potenti come bazooka. Il colosso barcollò, roteò su se stesso e cadde al tappeto abbattuto da una potenza devastante. Kinshasa e il mondo intero andarono in delirio.
Il re era tornato sul trono.






