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Un beccaccino e…un raffreddore

4 Dicembre 2025 di Claudio R. Barba
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Cani e altro 206

Fine settembre. Cacciavo in una valletta che si origina dalla Valdichiana e che si annoda con i rilievi subappenninici tra la Toscana e l’Umbria. Avevo verificato una buona presenza di quaglie, ed ero deciso a metterne insieme qualcuna, un po’ per variare rispetto al fagiano, ed un po’ per il piacere di vederci lavorare sopra uno dei miei cani prima che la loro definitiva partenza per i patrii lidi privasse lui e me di questa possibilità.

Sciolsi Tommy, un giovane pointer di 18 mesi che mostrava promettenti doti di agonista e che avrei voluto instradare verso le prove. Caricai la mia doppietta calibro sedici con cartucce da 32 grammi del nove e dell’otto, e cominciai a seguire il cane nella sua frenetica azione di ricerca. Tommy aveva il senso del vento, era intelligentissimo nonostante la spiccata nevrilità e, cosa più importante, sapeva di correre per cacciare e non solo per dare sfogo all’esuberanza del suo fisico vigoroso. Possedeva un naso decisamente ottimo, e conosceva quaglie, fagiani e starne: ma erano le piccole africane quelle che fin da piccolino gli erano subito piaciute moltissimo.

Andammo avanti su un erbone incolto fra i girasoli ed un fresato, e improvvisamenteQuail,_Common_GuerinNicolas Tommy entrò in ferma quasi al centro del campo. Mi avvicinai dopo aver abbassato la tesa del cappello e impugnato con due mani la doppietta. Sollevai i cani: Tommy era sempre fermo, inchiodato dal profumo dell’animale che lo aveva stregato.  Dopo qualche decina di secondi, una grossa quaglia partì parallela al terreno dirigendosi verso i girasoli. Tirai di stoccata, e mentre l’animale cadeva inseguito freneticamente da Tommy, una seconda quaglia si levò davanti a me volando nella direzione opposta; provai lo swing in senso orario e l’uccello ruzzolò fra le erbe. Fantastico, pensai, non si poteva cominciare meglio. Intanto arrivò Tommy con la quaglia in bocca, che mi consegnò inscenando le consuete finte difficoltà. Raccolsi da me l’altra ed accarezzai il cane, indirizzandolo poi nuovamente a cercare. Il campo finì presto. Entrammo in una striscia di terra arata compresa fra la base di un monte ed una coltivazione di pomodori. L’ambiente era interessante, ma probabilmente non rappresentava l’optimum per cacciare le quaglie. Tommy cercava di esplorare come poteva il campo coltivato, mentre io ne seguivo il lavoro tenendomi sulla testa dei filari.

BingoLo vidi venire verso di me; poi cominciò a dettagliare e ad accennare a ferme e strappate, rimettendo il naso a terra. Mi avvicinai di corsa a lui, incespicando penosamente fra le piante di pomodoro, mentre ad una quarantina di metri un grosso gallo di fagiano frullava rabbioso . Tirai con disperazione sui grilletti , come se ad una tirata più forte avesse potuto corrispondere una maggiore “potenza di fuoco”. Le due botte esplosero sonore ed inutili , mentre quella meraviglia di fagiano se ne andava intatto, inseguito a perdifiato da Tommy. Non solo, rientrando dalla sua folle corsa, l’indemoniato cucciolone sfrullava anche la femmina ad una sessantina di metri da me. Questa volta non tirai neppure ed abbassai l’inutile fucile quasi in segno di resa, con la gola secca e la mente annebbiata. Attesi il rientro del cane passivamente, senza neanche richiamarlo. Poi, quando la sua furia inseguitrice si fu placata, mi scossi dal torpore in cui ero precipitato e provai ad impostare quel che restava della mattinata di caccia. Per cominciare legai Tommy al guinzaglio, onde impedirgli di combinare altri guai , e mi avviai verso la base della montagna dove speravo ci fosse qualche altro sito interessante per le quaglie. Su uno stradello accanto ad un campo di erba medica lo sciolsi nuovamente.


Il cane battè bene e fermò magnificamente un’altra quaglia, quasi al bordo del campo, con una posa talmente plastica ed a tale distanza dal selvatico che avrei dato chissà cosa per avere in quel momento una macchina fotografica. Il tiro fu facile ed il riporto sollecito anche se venato dai suoi soliti “ruzzi” da cucciolo. Avevo quasi dimenticato il terribile doppio sfrullo di prima, quando giungemmo fino ad un corso d’acqua. Tommy discese la sponda foltamente inerbita, ed arrivò a toccare l’acqua con le zampe. Quindi si voltò e risalì fin sotto gli olmi, riprendendo la direzione del campo. Lo richiamai, per vedere se magari fosse stato in grado di tirar fuori qualcosa da quella lama, e lui venne si, ma solo per passeggiare gaiamente sotto gli alberi, fiutando, alzando la zampa, e facendo finta di scendere un metro e mezzo solo a seguito delle mie implorazioni. Non potevo sopportarlo. Al diavolo le quaglie e lo specialista da gara.  Decisi di ricorrere all’unico mezzo davvero efficace per indurre un cucciolone a compiere l’azione desiderata: l’esempio. Dunque scesi. Arrivato all’acqua chiamai il cane che stava poco sopra di me, e iniziai a stivalare lungo la sponda: Tommy mi seguì e dopo qualche metro addirittura mi sopravanzò battendo le frasche e le canneggiole, ma non immergendosi mai più profondo di qualche centimetro. Ad un certo punto ebbe come un leggero sbandamento, e volgendo il naso verso un ciuffò di cannette un metro dentro il canale accennò a fermare.

Snipe,_Common_MarekSzczepanek-Allora ti piace qualcos’altro , oltre alle quaglie! – , pensai immediatamente cercando di indovinare quale poteva essere la selvaggina individuata. Un attimo dopo ricevetti la risposta : un beccaccino partì lanciando sonori bacetti, dirigendosi verso l’altra sponda. Tirai istintivamente di prima canna mancando il bersaglio mentre ero immerso fino alle ginocchia, ma la seconda cartuccia con il piombo dell’otto riuscì a ferire l’animale che cadde dietro il filare della riva opposta. Non sapevo se essere felice per l’interesse dimostrato sul beccaccino o preoccuparmi del recupero considerando il canale non guadabile che ci divideva. Tommy intanto era scattato sull’argine guardando fisso il punto di caduta della sua preda, correndo avanti e indietro senza decidersi ad avanzare. Gli diedi il comando “porta!”, che lui conosceva benissimo, e che sortì l’effetto di far discendere il cane accanto a me, ma assolutamente nulla di più. Insistei, ma niente da fare. Il cucciolone non aveva nessuna intenzione di attraversare a nuoto il canale. Non poteva finire così. Risalii verso l’argine sperando che nelle vicinanze ci fosse un ponticello, ma il più vicino era almeno a trecento metri. E poi i riferimenti erano anonimi ed avrei potuto girare delle ore a vuoto, consumandomi gli occhi ed il fegato.  Dovevo agire da dove mi trovavo, non c’era scelta.Cani e altro 202

Presi la decisione dopo aver rivolto al cane l’ultimo invito che, naturalmente, come i precedenti venne declinato. Posai il fucile, mi levai gli stivali e la camicia, e mi immersi con decisione. Il canale aveva solo cinque metri d’acqua, ma era profondo e non poteva essere guadato: quelle due bracciate a nuoto in ogni caso bisognava farle. Sentii Tommy piangere sulla sponda mentre mi allontanavo, fino a quando il guaito non si trasformò in uno sciacquio. Il cane mi stava seguendo: il sistema , anche questa volta non aveva fallito. Il recupero del beccaccino fu, per fortuna, immediato, poiché non era andato molto lontano nel cadere e in più il campo era arato, facilitando l’avvistamento. Lo misi in bocca a Tommy, e quindi glielo ripresi accarezzandolo.

Poi, insieme, facemmo la nuotata di ritorno arricchiti da alcune cose in più: un beccaccino , un’esperienza ed un raffreddore .

 


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