Il setter inglese è decisamente il cane che più di frequente si vede nelle campagne, quando le cacce sono aperte. I motivi del suo successo sono tanti ed ognuno di essi pienamente condivisibile da chiunque voglia compiere una disamina leale e tecnica delle caratteristiche e delle attitudini della razza. E’ un gran bel cane, di media taglia, di aspetto dolce e dal temperamento ardente. Sa far bene tutto sia che venga chiamato a spaziare su vaste estensioni a ricercare qualche starna, sia che gli venga richiesto di battere con dovizia il monte o il padule, o che lo si adatti
a sfrascare nello sporco. Ha una notevole potenza olfattiva, una grande reattività, ed uno spirito di collaborazione davvero commovente. Ovviamente, la buona metà dei setter inglesi che si vedono a caccia sono solo la brutta, anzi bruttissima copia, tanto morfologica quanto funzionale del “vero” setter inglese. Ho già avuto modo di esprimere la mia opinione su quest’argomento, ma colgo l’occasione per ribadirla ancora una volta: l’enorme diffusione della razza, partita in sordina e molto dietro il cugino pointer fino agli anni sessanta, ha fatto si che la qualità media dei prodotti si abbassasse fino alla pericolosa soglia dell’insulsaggine e della bruttura.
I cacciatori italiani, all’inizio conquistati da quel compendio di buone qualità che la razza rappresentava nel dopoguerra, sono stati nel medesimo tempo carnefici e vittime di questo cane magnifico. Carnefici perché la “voglia di setter”, l’ignoranza pedissequa ed imperante nelle nostre campagne unite alla presunzione di trattarlo alla stregua dei bastardi con cui fino ad allora si era cacciato, nonchè la cupidigia di allevatori senza scrupoli né discernimento, ha prodotto un incremento numerico senza paragoni in tutta Europa, ad assoluto detrimento della qualità. Vittime, perché questa scellerata “strategia allevatoriale” ha recato danno proprio a co
loro i quali avevano bramato di possedere il frangiato d’Albione per come invece lo avevano idealizzato. Mi domanderete: cosa ha a che vedere tutto questo discorso con il fagiano e la sua caccia con il setter? A mio avviso moltissimo. Il fagiano non è selvaggina per il cane da ferma, o almeno non è quella ideale. Tuttavia, il sessantacinque per cento dei cani che all’apertura della caccia lavorano in campagna sono setter inglesi, ed il novantanove per cento per cento di chi si accompagna ad un fermatore cerca soprattutto il fagiano.

A questo punto potremmo avere l’impressione che il setter inglese sia l’optimum anche sul gallinaceo. “Potremmo” però, al condizionale. E per due buoni motivi: il primo è che la larga metà di quei setter sono tali solo “per sentito dire”, il secondo , perché l’ideale in senso assoluto sul fagiano rimane lo springer spaniel, la cui diffusione numerica, benchè in crescita, non è però nemmeno lontanamente avvicinabile a quella del setter.
E allora il setter inglese, quello vero, come si comporta sul fagiano? Dal punto di vista della resa si comporta esattamente come il pointer. Non un filo sopra né , forse, uno sotto. Il corredo ormonale e fisiologico è sui medesimi livelli e la costruzione è simile, tant’è che nelle gare competono insieme. Naturalmente sono due razze ben diverse ed alcune caratteristiche precipue del setter inglese possono consentirgli, in diverse occasioni, di risolvere situazioni che il cugino affronterebbe con meno successo. La prima di queste è la grande capacità che il
setter inglese possiede di discernere la tattica da seguire a seconda dell’ambiente battuto, e di adeguare così l’andatura e l’utilizzo del naso. Questo lo deve al carattere più morbido e meno intransigente del pointer, e ad una maggiore duttilità mentale. Ovviamente le cose, in zootecnica, non avvengono mai per caso. Il retaggio genetico del setter, infatti, è solo parzialmente condiviso dal pointer, e contempla una forte traccia spaniel che si pone a sicura pietra fondante della razza. Questo è un elemento importante, croce e delizia insieme, spesso sottovalutato in una direzione che ha rischiato negli ultimi due o tre lustri, di portare la razza alla preistoria della sua formazione, ossia di azzerarla fenotipicamente.
E legioni di setter di meno di cinquanta centimetri, di appena dodici o tredici chili, con code grossolane, spesse alla radice, ed orecchie con inserzioni alte e larghe sono lì a conferma di tutto ciò, anche se adesso si vedono forti segnali di ripresa e il problema appare superato. Questa origine in parte attribuibile al sangue spaniel, ha tuttavia nel medesimo tempo giocato un ruolo decisivo nella stragrande fortuna del setter inglese. Quella morbidezza caratteriale di fondo, viatico di duttilità ed addestrabilità, nonché di intelligenza applicativa e passione venatoria ai massimi vertici, proviene proprio dagli affili di quei cromosomi donatigli dai piccoli spaniel della fine del settecento. L’ottima resa sul fagiano deriva dunque da
là, differendo in questo dal pointer che tra i suoi geni annovera invece quelli di levrieri e segugi. Il setter inglese, ancora una volta quello vero, non avrà mai alcun problema nell’affrontare una cacciata ai fagiani, ancorchè difficile e su terreni impervi. Il suo ardore supportato da una passione atavica per questo selvatico ed il suo naso eccellente collegato a doppio cavo con il cervello, lo renderanno sempre un vincitore. Non avrà mai paura dell’acqua, e sarà nella maggior parte dei casi un eccellente recuperatore. I rovi, alle volte sembrano un po’ frenarlo, ma in realtà si tratta solo di un freno meccanico che le spine mettono sul suo lungo pelo, il quale in molti altri casi aiuta il setter a mantenere meglio la temperatura corporea, favorendo inoltre lo scivolamento dell’acqua, dopo una nuotata o sotto una pioggia battente.
La sua costruzione lo porta naturalmente ad economizzare le energie e ad ottenere comunque un’andatura utilmente celere anche negli ambienti che di solito il fagiano preferisce, quali macchie o campi coltivati. Nei macchioni in particolare, il connubio fra andatura, olfatto e cervello, gli consentono di battere con molta efficienza vaste aree anche quando l’aria è ferma e l’usta è confusa tra cento altre. L’andatura e la costruzione sono ovviamente interdipendenti, e costituiscono, se vogliamo, la chiave dorata del successo di questa razza: la radenza è imposta dalla sua meccanica vantaggiosa, e la cinetica fluente che ne deriva è caratteristica che lo affranca da una ombelicale relazione con il vento, rendendolo eccellente in ogni situazione in cui il gallinaccio colorato potrà condurlo. Con ciò, intendo dire che la maggior propensione all’analisi rispetto al pointer, ed il suo sistema di guidata morbido, gli permettono di avere la meglio anche in caso di incontri con assatanati pedinatori. Nella maggior parte dei casi la media nella distanza di ferma sul fagiano è inferiore rispetto al cugino a pelo raso, tuttavia il numero di conclusioni positive in caso di fuga, ossia il frullo finale a tiro di fucile, e non di binocolo, sono maggiori nel setter. Si torna là: il setter inglese dipende un pò meno dal vento, ed ha la giusta mentalità per trattare con umiltà e profitto anche un’emanazione che non sia esattamente un guanto di sfida sul muso, come invece predilige il pointer,
e questo, cacciando fagiani è un atteggiamento che ha sempre pagato.
Tuttavia , sarà bene chiarire a quali contingenze mi riferisco, quando parlo di caccia al fagiano e del suo reperimento. Intendo rifarmi a novembre inoltrato o a dicembre, quando i pollastri prepagati sono esauriti, “cacciati” da canetti di ogni genere, che non per loro virtù , ma per insipienza dei finti selvatici o perché i poveri pennuti sono costretti da necessità vitali a rimanere tutti nella stessa zona coltivata, li levano anche facendo pipì. Quando, dunque, la fiera del tiro al pollo alla quale, sia chiaro, tutti partecipiamo, è finalmente terminata allora cominciamo a vedere davvero il Cane da Ferma . In questo caso il Setter inglese: quello vero.
E laddove i suoi consimili di basso lignaggio hanno trotterellato pascolando, fingendo un impegno di cui non sono capaci ed ingannando il cacciatore con fittizie esplorazioni di rovi ed argini, al vero setter inglese basterà una presa di naso, una regolata agli strumenti di bordo, e raderà i campi e gli ambienti valutando ogni sito, discernendo al volo uste vecchie da quelle fresche, entrando nel folto e nello sporco quando realmente c’è qualcosa che merita un approfondimento d’indagine, quindi uscendone con lo stesso ardore per riprendere la cerca. E dopo qualche
incrocio del terreno mai sterilmente geometrico, magari avvertirà qualcosa, un’ombra, un alito, e cadrà in un abbozzo di ferma mentre il nostro cuore si arresta, e da quel filo risalirà sicuro come guidato da un bussola. Poi una discesa per un fosso, una risalita, un rientro a lato ed un altro allargamento fino a “sedersi” immobile, là, in fondo al campo davanti a quel gruppo di gelsi, dove all’andata avevano ciancicato cacciatori bercioni e cani furbastri, e dove tutto potevamo aspettarci meno che quello. Però, l’antagonista è di quelli seri: pedinerà nel fosso correndo come una lepre, si fermerà e poi riprenderà la fuga, seguito dal nostro setter che gattonerà come un felino in caccia, morbido ma inesorabile, prudente ma pervicace, attento a lui ed a noi nello stesso tempo. E noi, con le mani sudate nonostante dicembre, e gli occhi lucidi malgrado l’esperienza, in quel momento saremo nel nostro paradiso personale, mentre la coda frangiata ed il naso rampante del cane, granitico ma bollente come un vulcano, formano un arco, esorcizzando in un soffio le tristezze della “vita terrena” : il pranzo dalla suocera, il commercialista, il tamponamento dell’auto nuova, e ogni altra contrarietà, scompaiono come per magia.
Una magia il cui effetto non si esaurirà quando, dopo la botta , la caduta nel frascame del canale in piena ed il suo recupero da parte del cane, metteremo in cacciatora l’agognato pennuto, ma continuerà ad aleggiare intorno a noi ogni volta che accarezzeremo il mantello setato del nostro setter inglese, sentendoci, in quel preciso momento, gli uomini più fortunati del mondo.
Riportiamo qui l’opinione di un antico maestro.
Il maestro in questione è Sir Alfred Stuart Wortley, esperto nell’arte di cacciare con i cani da ferma e da cerca, che stilizzò con precisione , nel suo libro “The Pheasant” edito a Londra nel 1895 , ed inserito nel contesto editoriale della celebre “Fur and Feather Series”, i limiti d’utilizzo e d’opportunità delle due tipologie di razze sul fagiano. Sentiamo cosa afferma : “…Il cane perfetto per il lavoro sul fagiano è un setter. Una coppia magari, se vi piace. Ma egli non deve essere del tipo a vasta apertura , come quelli che impieghereste sui moors dove le grouse sono scarse. Egli deve invece affrontare questo lavoro un po’ come uno spaniel, deve avere un buon naso e deve essere un vero cacciatore, in modo che possa instradare l’animale perseguito a vostro favore. E deve inoltre far questo, sia dove la campagna è aperta sia dove il coperto è fitto e si estende su vasta area, come in molte zone della New Forest, o alla base dei moors così comuni in Scozia, anche
per un quarto di miglio, se necessario. Benché egli potrà essere occasionalmente distratto da un’emanazione fresca, dovrà essere del tipo che persevera sopra una traccia, aprendosi a volte, ma essendo sempre pronto a tornare indietro per recuperare il filo aereo dell’usta originaria. Saranno necessari molti controlli, ma con pazienza e fatica si arriverà a trovare il fagiano nascosto in qualche posto ben fitto ed il setter lo fermerà con solidità, consentendovi di abbatterlo facilmente. Se la partita ha luogo esclusivamente in qualche posto molto impervio , come il sottobosco o il cespugliato, uno spaniel si adatterà meglio che un setter alla bisogna, essendo la taglia un elemento a sfavore di quest’ultimo; ma in altri casi, avrete bisogno di un cane solido ed affidabile che, se possibile sia anche un buon recuperatore. La difficoltà con lo spaniel, è che egli è ben più che svelto a mettere in ala il fagiano prima che abbiate tempo di arrivare e tirare, laddove il setter, invece, con la sua ferma ve lo consentirebbe. Tuttavia, proprio per le attitudini del fagiano (pedinamenti, n.d.t.) , uno spaniel sarà la scelta migliore in boschi fitti e sporchi, mentre su terreno variegato un setter lavorerà meglio, essendoci la necessità di almeno un minimo di aperture e di cerca spaziosa per arrivare a reperire il selvatico. ”
E quella di uno contemporaneo
“In merito all’impiego del setter inglese sui fagiani è interessante conoscere la testimonianza di David Hudson , che ha per quarant’anni allevato e condotto cani da ferma, cacciando sulle magiche colline dei Borders scozzesi. Attualmente è un programmatore di computer ed è storicamente una delle firme più autorevoli della stampa specializzata venatoria britannica. Hudson sostiene che sul fagiano il setter, naturalmente lui conosce la situazione nel Regno Unito, può avere qualche problema solo riguardo alla tendenza che a volte la razza manifesta di essere riluttante alla guidata: ” la razza è incline all’immobilità, intesa come riluttanza a guidare sugli animali fermati sia quando richiesto, sia quando è l’animale a muoversi pedinando. Nei casi migliori basterà che il conduttore lo
induca a muoversi lanciando qualcosa, o ponendosi davanti ad esso per interrompere momentaneamente il flusso odoroso. Nei casi peggiori , il cane è psichicamente incapace di muoversi ed al cacciatore non resta che andare ad alzarlo lui stesso prima che si allontani troppo. Un soggetto con un moderato grado d’immobilità può essere comunque un eccellente compagno di caccia. Ma un cane con un caso molto grave di questo difetto è praticamente inutile, soprattutto sul fagiano. Ci saranno volte in cui questo difetto non peserà, volte in cui gli uccelli salteranno fuori da soli, ma anche volte in cui può diventare un vero guaio. E la cosa peggiore, circa questo problema, e che fino a che il setter non ha raggiunto un certo grado di addestramento non è facile sapere se la sua riluttanza dipende da cause naturali o da una cattiva strada seguita nell’istruirlo. In molti casi, infatti, l’addestramento è stato troppo duro per la psiche di quel cane, ed allora solo con molta pazienza sarà possibile ricondurlo nella corretta dimensione. L’importante è saper riconoscere la causa” .
Page 2 »














