Da Ursula von der Leyen a Michele Serra, anche gli animalisti quando sono toccati nei loro interessi riescono a capire che certe lamentele di allevatori e cacciatori forse del tutto infondate non sono. Alla von der Leyen i lupi uccisero il suo caro Pony, e la cosa forse l’ha smosse a far abbassare il livello di protezione del lupo. Ora Michele Serra ha dovuto vedere il suo caro cane “Osso” sbranato dai lupi, e allora ecco che su La Repubblica, dove scrive, è apparso un suo articolo di protesta (contro chi?). Articoli mai scritti sulle centinaia o migliaia di casi similari che hanno coinvolto allevatori e cacciatori. Ovvio, degli sconosciuti non fanno notizia, ed anzi fa notizia il fatto che per difendere i loro interessi vogliono ridurre il numero dei lupi. E infatti si sono sprecati, la Repubblica in primis, a sostenere i diritti del lupo e dei lupofili. La protesta di Michele Serra è giusta, ma è l’obiettivo a cui ha mirato che è sbagliato. Serra deve prendersela con chi da anni, con proteste supportate dalla maggior parte dei media filo-animalisti (anche quando esserlo non si difende la Natura – anzi gli si fa del male! – ma solo certi animali totem), impedisce che l’Europa e il governo italiano prendano quei provvedimenti che gli allevatori hanno tante volte richiesto, anche con pubbliche proteste. Ma il bello è che Serra se la prende con il governo, che non farebbe nulla per risolvere il problema, anziché prendersela con chi, in nome dei discutibili diritti del lupo, impedisce al governo di agire. Ma non solo, pur riconoscendo che i lupi sono effettivamente un problema (e già questa è una notizia!), nel parlare del problema, sia lui che le testate che lo hanno ripreso e commentato, non hanno mai il coraggio di usare le parole giuste – usate in altri paesi dove i lupi sanno gestirli! – nel dire come risolverlo: uccidere, abbattere. Mentre vengono usate quelle ambigue, ipocrita e incoerenti, del dico non dico: “contenimento”, “quanti esemplari il territorio può reggere”, “lo devono stabilire le autorità responsabili”. OK, ma come? Questo ovviamente non lo si dice, e usare le suddette parole meno che mai: un tabù! Non si capisce allora come il governo, dovrebbe intervenire: forse catturandoli e portandoli altrove? E dove sarebbe questo “altrove”? “Il dolore di chi perde un compagno di vita a quattro zampe è inestimabile” hanno scritto i media che hanno riportato il lamento di Serra. Vero, verissimo. Ma non dovrebbe valere anche per gli allevatori che perdono vitelli, capre e pecore, e a cui sono altrettanto affezionati (o si vuole credere che gli allevatori siano privi di sentimenti positivi?); e che per loro sono anche fonte di reddito come lo è il contributo che a Serra passano i media dove scrive? E non dovrebbe anche valere per i cacciatori (il cane di Serra era un cane da caccia) quando perdono i loro amati – e spesso costosissimi! – cani sbranati dai lui? O in questo nostro strano paese esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B? Democrazia… in salsa italiana.
2. «”Un Parco non esiste per piacere a tutti. Esiste per custodire beni comuni che non possono difendersi da soli: ecosistemi, specie, processi naturali, paesaggi, legalità ecologica”. La conservazione non può essere schiava del consenso immediato, “ci sono momenti storici in cui tutelare la biodiversità significa anche reggere impopolarità, ostilità e semplificazioni senza arretrare sui principi essenziali”.» Così ha scritto il Parco Nazionale d’Abruzzo in un suo documento in merito alla strage di lupi avvenuta nel Parco nei giorni scorsi, avvelenati (e non “bracconati”, come gli piace scrivere, per crearsi un nemico da combattere e passare per eroi!), peraltro lanciando un lamento che fa a pugni con il lamento di Michele Serra che richiede (senza dirlo!) che le autorità facciano quello che hanno fatto i criminali che hanno avvelenato i lupi in Abruzzo; ovvero, ridurre il numero dei lupi per difendere vitelli, capre e pecore e cani (e anche gli stessi lupi, diciamo noi: evitando il ricrearsi di quell’odio che già una volta, e per gli stessi motivi, li riportò a rischio estinzione!). Ma veniamo al senso e alla riflessione a cui porta la succitata frase, e allora vediamo come ben altre contraddizioni e incoerenze esistono. Ad esempio, se “la natura non può essere schiava del consenso immediato”, perché per soddisfare tale consenso ogni anno a Pescasseroli e a Lecce nei Marsi si invita la gente a visitare riserve integrali e foreste vetuste dove a causa di ciò la natura non sa “difendersi da sola: ecosistemi, specie, processi naturali, paesaggi, legalità ecologica”, ed anzi se ne favorisce il degrado condizionati dalla schiavitù del “consenso immediato”? Lo ripetiamo da sempre, tutte le idee e le tesi possono essere portate avanti, ma chi lo fa deve in primo luogo valutare se lo fa nel rispetto della COERENZA! Altrimenti è solo tutta una presa in giro!
3. «DETERMINA […] Di impegnare […] la somma di € 28.455,00 […], in favore del Sig. […], per il pagamento delle somme liquidate nel giudizio […]». Parole del Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo per “rispondere” alla nota sentenza della Corte di Cassazione che, confermando una precedente sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila, ingiungeva all’Ente Parco detto pagamento. OK, finalmente un danno arrecato dall’orso marsicano ben pagato (forse anche troppo!); sentenza che ribadiva: «la corte d’appello non ha affatto affermato che l’Ente Parco fosse tenuto ad adottare misure pregiudizievoli per gli animali selvatici, come il loro forzato spostamento o il loro confinamento nel territorio del parco nazionale, ma si è limitata ad affermare che, nell’adempiere al suo dovere di cura del complessivo ecosistema in cui sono immessi i predetti animali selvatici, l’ente debba tener conto anche dell’elementare esigenza di limitare i pericoli derivanti dalle possibili loro interazioni con gli esseri umani, i loro beni e le loro attività, adottando, quanto meno, quelle misure che, nel rispetto della tutela del patrimonio faunistico e della natura possano evitare o, almeno, ridurre il pericolo di danni agli esseri umani». Quindi, quando potremo leggere una Determina che stanzi fondi per favorire quell’alimentazione antropogenica (quella che l’uomo contadino e pastore gli faceva trovare conseguentemente alla sua antica attività rurale) che un tempo l’orso trovava nel Parco, ragion per cui ora li va a cercare nei paesi dove vive l’uomo? Eppure quella sentenza recita anche: «Tanto premesso, i giudici di merito hanno accertato, in fatto, che l’Ente Parco non aveva affatto adottato (e neanche allegato di avere adottato) siffatte misure, nemmeno quelle più semplici e certamente non pregiudizievoli per gli animali in questione (gli orsi marsicani), come la piantagione di alberi di frutta all’interno del parco per evitare che essi fossero costretti a nutrirsi della frutta delle aziende agricole circostanti: e hanno ritenuto, anche sulla base delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio fatta espletare, che tale omissione colposa fosse la causa dei danni subiti dall’attore. Di conseguenza, hanno ritenuto l’ente convenuto responsabile di tali danni».
Murialdo, 5 Maggio 2026 Franco Zunino
Segretario Generale AIW





