Qualche stronzo d’incendiario a due zampe, di sicuro incerto e debole di mente, aveva commesso il doloso fattaccio. L’aveva mandato a fuoco. Il bosco non va a fuoco da solo. E nessuno indaga. Nessuno fa prevenzione per evitare la più cattiva delle violenze che si possa fare alla natura. È peggio di uno stupro. I suoi negativi effetti sono innumerevoli, catastrofici per diversi anni. Chi è ancora convinto che possa contare sulle Istituzioni in tutto e per tutto, deve ricredersi. Da tempo sono uscito da questa schiera di illusi. E pensare che abbiamo personale addetto alla sicurezza equivalente a Francia e Germania messe insieme, più o meno.
Comunque, decisi di arrivarci. Le gambe divennero malferme. E, quando vi giunsi vidi che buona parte degli ontani erano a terra: abbattuti dal fuoco. Quelli rimasti in piedi, scorticati dalle fiamme, mostravano un accenno di rami carbonizzati. Del
tutto scomparso il sottobosco. Dentro mi sentii svuotato, annichilito e muto. Quel tanto che ti monda cuore e sentimenti. E gli occhi mi si inumidirono. Arrabbiato e sconsolato, attraversai quella triste, cruda e opprimente desolazione con difficoltà, perché dovetti scansare o scavalcare i resti mortali di quello ch’era tronco o ramo. E ogni stilettata lasciava sui miei pantaloni segni nerastri. Mi trovai in un deserto di cenere, funereo, silenzioso perché c’era assenza di vita. Dalla visione spettrale e laida. Non c’era il tipico puzzo acre di bruciato, segno che il fuoco l’aveva divorato da qualche tempo. Quando un bosco è bruciato da poco è il nero a prevalere sul verde, quando è passato del tempo è il grigio delle plaghe di cenere a prevalere. E sarà difficile riaverlo come prima. Non più olezzo di muschio. Non più giochi di luce, d’ombre e di colori. Non un insetto, non una lucertola. E mai più vi sentirò il chiocco del merlo, lo zirlo del tordo o lo svolazzone di un colombaccio. E nemmeno frulli di beccacce. Uno scenario che ai miei cani dev’essere sembrato più orribile e tetro, giacché vedono in bianco e nero.
Un posto ove, durante il mio beccacciare, m’inebriavo dei tanti odori e ove
predominava quello di muschio: un profumo rilassante. Un posto, il più bello dei miei posti, che non ho esagerato definirlo una sorta di Paradiso in terra e una eco-suite per le beccacce ove amavano lombricare e sostare, specie quando la neve si portava bassa.
Un altro sito di beccacce e un altro angolo di “farmacia naturale” erano andati in fumo. La scomparsa di un bosco è una perdita collettiva, perché è vita e ricovero non soltanto per gli animali ma anche per l’uomo.
E su tutto scese un intenso banco di nebbia, che a me sembrò essere come un sipario che rese il silenzio ancora più silenzio. E che accentuò il senso di angoscia, di disprezzo, di rabbia e d’impotenza. Questo motivo e i tanti altri più seri, come ho enunciato nei miei precedenti libri, hanno limitato e poi inibito, per sempre, la mia passione. Sarò certamente preso da consunzione. Guarirò! Farò conto che è un vizio. E i vizi si possono togliere, come quello del fumo.
Proprio “Quella …” : riflessioni di un beccacciaio
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