Novelle di caccia: La posta del Somarino

Copertina

Allungò una mano nel mobile bar, sotto la finestra al capo opposto della sala e si versò un’abbondante dose di sambuca. Quella donna l’aveva stregato, su questo non c’era dubbio. Sorseggiando il liquore ripercorse con la mente la forma dell’ovale perfetto, trapuntato da occhi verdi come pietre preziose e languidi come quelli di una cerbiatta innamorata. “ Eh si…..si…”, sospirò l’avvocato immaginando per un istante di stringere quelle carni morbide , “..sono sopra i cinquanta, e lei non è ancora arrivata alla trentina, ma, perbacco, sono ancora un bell’uomo!”. Qualcosa di vero, senza Somarino 3dubbio c’era: Augusto Birilli aveva superato i cinquanta da nove anni e la virginea marchesina De Cesaris non raggiungeva i trenta, per il semplice motivo che ne aveva da poco compiuti ventiquattro. Malgrado ciò, l’insigne leguleio non si faceva scrupolo nel ripetere a sé stesso quella gesuitica, caduca verità. Da quando, due mesi prima, Ornella, fresca di laurea e inviata dal padre per seguire la fase finale di una questione ereditaria assai delicata, era entrata nel suo studio per la prima volta, l’avvocato aveva incominciato a vivere in una dimensione quasi metafisica: la ragazza l’aveva guardato con intensità per tutto il tempo sorridendogli come un angelo, l’aveva blandito, ricordandogli con un consumato squittio di piacere quanto somigliasse a quel grande divo del cinema americano…Tyrone Power, si proprio a lui, di come fosse giovanile, anzi, perché non darsi del tu? Erano praticamente coetanei…Nel corso delle sue visite, gli aveva evocato il fantasma di una bella sera a cena, magari sui lungarni o al piazzale Michelangelo, sottilmente, parlando senza parlare, scoprendo senza scoprire, così come faceva con le sue belle gambe mentre giocava con la piega della sua gonna plissè. L’Avvocato Birilli seguiva le evoluzioni di quel lembo di paradiso, con gli occhi apporcinati e gli angoli della bocca vagamente schiumosi gonfiandosi di sussiego, ondeggiante come un vecchio tacchino in disarmo. Era certo di piacere alla marchesina, questo se lo sentiva nell’animo: era un uomo di mondo, lui. Aveva vissuto, viaggiato, amato, e certe cose le percepiva in un istante.
“ Il babbo, fra una decina di giorni, per i santi, darà una caccia al cinghiale nella sua tenuta boschiva di Rignano, ed io gli ho detto che mi avrebbe fatto piacere invitare anche te…” aveva flautato Ornella, mentre lo guardava di tre quarti come un’odalisca. “ Perché tu sei un gran cacciatore, vero? Almeno così avevo capito dai nostri colloqui privati..” Quel “privati”, pronunciato in un sussurro, gli aveva iniettato nel sangue l’ultima dose di una droga micidiale. L’avvocato, nella sua deriva estatica, aveva ingigantito oltremisura le proprie qualità venatorie, ferme invero alla caccia di qualche uccelletto al capanno di un amico un anno sì e tre no, confezionandosi come una specie di esploratore da leggenda, conoscitore d’ogni forma di caccia e di cani, intrepido battitore di brughiere e perforatore di spinose boscaglie.
“ Grande…beh…diciamo appassionato..appassionato si..”, fingeva di schermirsi Augusto Birilli, gongolando come un pavone all’apprezzamento della giovane adulatrice.
“ Uno come te avrà grande esperienza di caccia al cinghiale: sai con le poste, le mute, i battitori..”
“ Esperienza? Uh..oh…si..certo, perbacco! Sapessi quanti ne ho fatto fuori!”, aveva risposto lui mettendosi i pollici nel panciotto e grufolando di vanità.
“ Figurati che…che ho ancora il mio capomuta! Oh, un cane magnifico, malgrado abbia i suoi annetti. Ce l’ha il mio contadino su a Quinto. Sai, lo tien lui perchè io, in città…tu capisci..”, sollevando le sopracciglia a segnalare una scontatezza, per rivestire alla meglio la feroce menzogna.
“ Davvero? Perché non lo porti, allora!? Il babbo è un intenditore, gli faresti una bella sorpresa…ed anche a me piacerebbe..”, aveva cinguettato la marchesina appoggiando la mano delicata poco sotto la sua spalla, sfiorandogli il petto con la punta delle dita.
“ Eh…beh…vediamo…dovrei organizzarmi….è un pezzo che non vado su, alla campagna..”.
“ Di certo, ad un uomo come te non mancherà l’organizzazione..Dai, ci conto…fammi contenta!”, ed aveva allargato i suoi occhioni di smeraldo reclinando il capo sulla destra.
Non aveva saputo resistere. La pozione venefica di vanità e desiderio gli avevano annichilito le facoltà di raziocinio, ridotte al nulla quando lei era uscita dallo studio facendo danzare il posteriore, spolverato appena dalla vertiginosa cascata di capelli castani.
Guardò il fondo del bicchierino di sambuca, poi lo posò sul piccolo vassoio d’argento e richiuse le ante del mobile, con una punta di gravezza. L’alcool gli aveva schiarito le idee. Solo adesso si rendeva conto in quale pasticcio s’era andato a ficcare, dritto con tutte le scarpe. Lui di caccia al cinghiale ne aveva solo sentito parlare, e sinceramente ne provava un ancestrale timore, mentre dei cani, oltre a non averne mai avuti, distingueva a stento la testa dalla coda. Sentì i palmi delle mani inumidirsi di colpo: forse era la sambuca, pensò, ma in cuor suo sapeva bene che più dell’innocuo bicchierino, era l’angoscia con le sue tenaglie ad incominciare a pizzicarlo con perfidia.

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