” Ormai da molte stagioni Tukutela aveva smesso di tornare al branco. L’odore delle femmine in calore che gli portava il vento destava in lui forse uno sprazzo di nostalgia, ma l’impulso generativo si era esaurito e lui continuava senza rimorsi il suo cammino solitario per le foreste sempre più rade.
Poche zone soltanto rimanevano intatte, e con l’esperienza Tukutela cominciò a riconoscerle, rendendosi conto che formavano un santuario dove lui era al sicuro dalle persecuzioni umane Certo non capiva che quelli erano i parchi nazionali, dove lui era protetto dalla legge, ma con gli anni ne imparò i confini precisi, e diventò sempre più riluttante a varcarli per avventurarsi nel pericoloso mondo che si stendeva al di là di quelli. Perfino nelle riserve forestali, però, lo disturbavano. Anche se cercava di fuggire l’odore acre dell’uomo, gli capitò di incontrarlo spesso e allora lo caricava a vista….
…Benché ormai conoscesse i confini dei parchi dove adesso passava la maggior parte del tempo, Tukutela non poteva reprimere i suoi più radicati istinti e in certe epoche dell’anno diventava molto irrequieto. Il desiderio di vagabondare si impadroniva di lui. Sentiva l’impulso di seguire ancora l’itinerario delle sue antiche migrazioni, quello che aveva conosciuto da piccolo, accanto alla madre. Questa nostalgia irresistibile lo attirava ai confini del parco, dove si fermava a nutrirsi qualche giorno per poi, racimolato il coraggio, inoltrarsi fuori, in preda a grandi apprensioni ma anche a invincibili richiami a tornare nei lontani rifugi orientali…
..A Tukutela sembrò che la caccia fosse cominciata subito, appena varcati i confini del parco. Capì che stavolta era più risoluta e persistente che mai. La foresta gli sembrava pullulare di umani, che lo seguivano, che l’aspettavano a ogni svolta, così che non poteva nemmeno puntare direttamente a est, ma doveva fare continui giri per evitare i pericoli reali o immaginari che lo turbavano.. Le grandi paludi dello Zambesi erano il suo rifugio d’elezione, e si avviò a raggiungerlo…”
Questo è Tukutela, ” l’Arrabbiato”, come lo chiamano i nativi, ed è anche il protagonista de “L’ultima preda”, uno dei più straordinari romanzi di Wilbur Smith, posto verso la fine del lungo e fortunato ciclo dei Courteney. Gli ingredienti per il viaggio dimensionale ci sono tutti: un safari europeo finanziato da Riccardo Monterro un ricco uomo d’affari di origine italiana accompagnato da Claudia, la sua splendida figlia, e guidato da un cacciatore professionista, Sean Courtney
coadiuvato dal fido Matatu, tracciatore dall’abilità quasi soprannaturale; un animale imprendibile e leggendario; un panorama dalla bellezza mozzafiato. E, soprattutto, la maestria di Smith, in grado di far percepire al lettore che si avventura nelle sue pagine tutte le emozioni che crea magistralmente facendogli vivere, letteralmente, tutte le situazioni che si verificano. La caccia è il primo motivo narrante. Una caccia dura, pericolosa, scevra da ogni accomodamento a cui a volte sono abituati i safaristi e resa autentica dal corollario dei drammi personali dei personaggi, e dalle passioni sensuali che si scatenano. La lotta dell’uomo con la natura e, successivamente, quella ancor più spietata dell’uomo contro l’uomo, il secondo motivo narrante, porta il lettore ad un livello di pathos che solo difficilmente è in questa misura riscontrabile. Il tratteggio dei caratteri è come sempre superlativo. Wilbur Smith possiede il raro dono di estrarre la personalità dei suoi protagonisti scolpendola pagina dopo pagina, e fornendo al lettore tutte le chiavi per poterla analizzare da solo.
La copia in mio possesso è un’edizione ormai passata degli Editori Associati, ma il titolo, regolarmente in commercio, stato più volte ristampato e qualsiasi libreria può offrirlo in una veste editoriale aggiornata. Una raccomandazione; “L’ultima preda” è un romanzo per stomaci forti. Viaggiatore avvisato…..





