Il dorso della collina si abbassa dolcemente verso il greto della fiumara e la terra ocra lascia spazio alla sabbia color grigio cenere ed alle rocce umide, annunciate dall’erba divenuta più fitta e più alta. Gli alberi d’ulivo e di mandorlo aumentano le distanze tra di loro, diradandosi man mano che l’ala del campo si fa più prossima al corso d’acqua, come a voler dischiudere un sipario. Due orecchie tese esplorano l’aria ancora azzurrina, muovendosi a destra ed a sinistra, avanti ed indietro, pronte a cogliere ogni rumore. Due occhi roteano con frenesia, raggiungendo con la vista ciò che l’udito ha colto. Immobile, acquattato sotto un piede d’erba, il coniglio gioca la sua ultima carta per salvare la pelliccia e ritornare a casa, al sicuro nella profondità di un
terreno a lui familiare. Sa che si è allontanato troppo, che la pastura dolce ed abbondante lo ha sprofondato in una trappola pericolosa e che ora non gli rimane che tentare di lasciare meno odore possibile. La tana è lontana, e quello strano cane fulvo con il naso lungo e le orecchie a punta, è lesto di gamba e fine di cervello. Aggiusta la sua posizione mettendosi controvento per dominare i rumori: non è prudente muoversi, ma è costretto a farlo perchè la leggera brezza ha cambiato direzione di provenienza, mettendolo in difficoltà.
Lillo il cirneco non è nato ieri. Già pochi minuti prima, sotto quell’olivo aveva percepito una traccia: un indizio debole e fatuo, ma inconfondibile per il suo olfatto esercitato. S’era appigliato a questa dapprima solo col naso, fiutando
terra ed erbe e seguendo l’aria in movimento nel tentativo di dipanare la matassa. Correndo qua e là, aveva stabilito con sufficiente precisione la direzione di marcia seguita dal coniglio, muovendosi leggero come un felino e silenzioso come solo un predatore naturale può esserlo. Non una voce, non uno scagno, non un latrato. Il suo istinto ed il suo naso gli avevano suggerito che si trovava sulla pista giusta e che adesso era giunto il momento di ricorrere a tutti gli altri strumenti di cui sapeva d’essere dotato.
Ora è a non più di un centinaio di passi dalla preda. Si ferma per impedire a se stesso di produrre rumore; alza la testa puntando le grandi orecchie in avanti e solleva una zampa, insospettito. Con la sua vista acuta ed il suo udito prodigioso, Lillo ha colto un movimento, un fruscìo appena accennato, laggiù, in direzione del letto del fiume. Aguzza la punta del naso e ruota i larghi padiglioni coprendo un ampio raggio d’orizzonte. Non sente più nulla, ma non è convinto. Riprende la cerca avanzando al trotto verso l’origine del rumore, alzando e abbassando il lungo collo conico; rimette il naso a terra e ritrova l’odore che stava cercando, dimenando la lunga coda sottile, e facendo scattare i muscoli lunghi e guizzanti sotto la tessitura vitrea del mantello. L’uomo che
lo segue stacca la doppietta dalla spalla, portandola sotto il braccio e camminando speditamente dietro il cane. Conosce il suo cirneco: sa che sta per arrivare sul coniglio e che in un modo o nell’altro lo farà schizzare all’aperto permettendogli di sparare. Anche questa volta, l’esperto cacciatore non si è sbagliato.
Sentendo l’odore caldo del coniglio nelle nari, il cirneco copre con decisione gli ultimi metri con il naso verso il terreno, le orecchie appiattite e la coda che frusta l’aria e l’erba senza requie. L’uomo adesso accelera il passo, guadagna terreno e regge con due mani il fucile. Il coniglio vede arrivare il cirneco attraverso le erbe, sa che fra poco verrà raggiunto e tende i muscoli dei posteriori per tentare l’estrema ratio: schizzare via e correre più che gli sia possibile. Lillo è sopra il punto in pochi istanti, rallenta bruscamente la marcia e flette tutt’e quattro le zampe,
fornendo all’uomo il segnale che da lì ad un secondo o due, preluderà allo schizzo. Come sparato da un cannone, il coniglio esplode in turbinìo di zig zag disperati, sotto la luce del giorno adesso più decisa, che gli conferisce dei bellissimi riflessi grigiorosati. Prima botta fuori bersaglio. Mentre una nuvola di terra si solleva dove è avvenuto l’impatto dei pallini, il coniglio cerca di allungarsi verso il greto del fiume. Il cirneco, abituato a non stargli troppo sopra allo schizzo, si lancia ora in un inseguimento mozzafiato. L’uomo però ha già preso la misura giusta: approfittando di un rientro, forzato dalla pressione esercitata dal cane, tira con risolutezza e mette fine alla fuga disperata del coniglio fuggitivo. Poi senza far troppo baccano, insieme col cirneco cambiano zona per un’altra avventura.
Ero testimone diretto di questo piccolo episodio di caccia con il cirneco dell’Etna, ed ho voluto descriverlo perché, a mio modo di vedere, è esemplificativo di quali siano le attitudini al lavoro di un cane di questa razza. A metà strada fra un cane da cerca, un segugio ed un levriero, disegnato con linee che paiono l’incarnazione di una pittura rupestre o di un dipinto egizio, il cirneco è il cane che può vantare la più remota antichità documentata e la purezza genetica più cristallina fra tutti i cani. Presenta taglia piccola, struttura dolicomorfa, carattere sobrio e sincero ed un’atavica, eccezionale passione per il coniglio selvatico di cui rappresenta il più accanito e specializzato persecutore. Come abbiamo visto, durante la caccia questo cane tende a servirsi in pari misura di tutti i sensi a sua disposizione, in ossequio a quella primordialità che lo caratterizza e che rappresenta il suo vero grande punto di forza.
Perseguendo il coniglio, il cirneco mette in campo contemporaneamente
l’olfatto eccellente, la vista acutissima, l’udito sopraffino ed i muscoli da mezzofondista olimpionico, supportati dei leggendari, durissimi cuscinetti plantari. Il tutto, coordinato da un cervello di prima classe. Non dà voce e non scagna su quella che potremmo, impropriamente, chiamare la “passata” del coniglio che dalla sua tana durante le ultime ore della notte è uscito per pasturare, percorrendo tortuosamente anche diverse centinaia di metri. La mancanza di voce, ben lontano dall’essere un difetto, rappresenta invece una vera chiave d’accesso per cacciare il coniglio allo schizzo, ossia secondo la tecnica che ho descritto nell’episodio e che rappresenta poi il metodo più ortodosso per l’impiego del cirneco.
Il motivo è semplice: se il cane cominciasse a dar voce, provocherebbe la
repentina fuga verso la tana di tutti i conigli che ancora si trovassero in pastura alle prime luci dell’alba, vanificando l’esito della battuta. Credo sia pleonastico ricordare che il rumore di passi e spari non è neppur lontanamente paragonabile, come effettività, sull’animo del coniglio selvatico rispetto al latrato del carnivoro predatore in caccia. L’utilizzo di tutti i sensi congiuntamente, è un’altra procedura importante. Il coniglio selvatico non si rimette in covi al pari della cugina lepre, bensì gira e rigira, sempre teso, sempre in ansia, incapace di mantenere la posizione con fermezza. Il Cirneco, dunque, avrà la possibilità di sfruttare questa debolezza caratteriale dell’orittolago, riuscendo a percepire movimenti e fruscii utili alla sua individuazione anche nei momenti semibui che precedono il sorgere del sole. L’ampiezza dei padiglioni auricolari, e soprattutto il loro portamento, non è un caso ma una vera e propria arma in
più di cui questo cane è dotato, al pari della vista crepuscolare in grado di fargli distinguere movimenti a notevole distanza. Quest’ultima caratteristica è comune al tutto il ceppo graioide , ossia per intenderci, alla famiglia di levrieri ed affini, che nell’acutezza della visione in movimento possiedono l’unico vero “motore di ricerca”.
Ma il cirneco dell’Etna non è un levriero, o meglio non lo è in via esclusiva. Egli è anche un po’ segugio, un po’ spaniel , un po’ terrier e, perchè no, persino un po’ fermatore. E’ un “Canis primigenius”, se mi si passa l’azzardo latinista, e dunque in possesso di tutte quelle facoltà che ha poi trasmesso, direttamente o meno, a moltissime di quelle razze che l’uomo ha selezionato perché lo affiancassero e lo aiutassero nella millenaria lotta per la sopravvivenza.
Per capire bene una tecnica di caccia, si rende sempre necessario cercare di conoscere le abitudini di vita del selvatico perseguito. Nel caso del coniglio selvatico, si tratta di un animale gregario che può vivere in comunità abbastanza numerose e che scava delle tane nel terreno, alle quali si può accedere attraverso vari corridoi con numerose deviazioni. Naturalmente possono anche esserci casi in cui delle coppie vivono isolate, anche se costituiscono decisamente un’eccezione. Predilige i posti sabbiosi o terrosi leggeri, ricchi di massi in superficie e con un buon drenaggio dell’umidità. Di solito, durante il giorno rimane prudenzialmente nella tana, a meno che l’ambiente
intorno a lui non sia assolutamente tranquillo ed allora può decidersi a mettere il naso fuori, ma in ogni caso mai prima di aver guardato a lungo prima di uscire. L’attività di nutrimento principale la svolge di notte, allorché esce e si porta in pastura saltellando e mangiucchiando qua e là. Questo girovagare lo può portare anche diverse centinaia di metri lontano dalla tana, che invece si affretterà a raggiungere quando il giorno diventa deciso. La caccia allo “schizzo” con il cirneco, si basa tutta su quest’abitudine. Si esce molto presto la mattina, si raggiunge il posto che notoriamente costituisce
una pastura per i conigli, e si sciolgono i cirnechi che inizieranno ad esplorare la zona, con tutti gli strumenti a loro disposizione.
Un’altra tecnica d’impiego del cirneco dell’Etna, è quella in coppia con il furetto. Uno individuerà le tane abitate, quasi introducendosi a mo’ di terrier, l’altro vi penetrerà inducendo il coniglio ad uscire da una delle “porte secondarie” che dovranno essere presidiate dal cane, il quale sarà chiamato a tenere conto della direzione di fuga e di rientro in tana del roditore, o in alcuni casi, ad acciuffarlo come il miglior levriero.
Cirneco dell’Etna: ipotesi di un’origine
Il cirneco dell’Etna, è indiscutibilmente una delle razze più anticamente databili. Le sue origini si perdono in tempi così lontani che sfuggono al nostro concetto di epoche ed anni. La prima delle ipotesi plausibili, avanzate da studiosi nel corso dell’ultimo secolo riguarda la possibilità che il cirneco fosse derivato da cani tipo levrieroide di origine asiatica ed africana, e che avesse subito un rimpicciolimento a causa delle condizioni ambientali e nutritive. L’ipotesi è avvalorata dagli evidenti reperti egiziani risalenti all’XI dinastia, ossia sviluppatasi ben duemila anni prima di Cristo, quindi più di quattromila anni fa. In tali reperti di origine pittorica rupestre, scultorea ed artigianale veniva raffigurato
un cane di questo tipo, tuttora esistente nella sua forma modernizzata e chiamato pharaon hound, segugio dei Faraoni, che può considerarsi il cugino africano del nostro cirneco, la cui origine è certamente parallela. Un cirneco dell’Etna, ad esempio era raffigurato su un conio della città di Mozia, fondata dai Fenici sulle coste orientali della Sicilia. I Fenici, secondo le ricostruzioni, si occuparono di portarlo in Sicilia, nei loro frequentissimi scambi commerciali con l’occidente, il cui sviluppo in senso quantitativo e qualitativo ha, tra l’altro, originato sicuramente l’introduzione dei levrieri fra i popoli Celtici e Sassoni, ovvero coloro i quali selezionarono il mitico greyhound.
Un’altra ipotesi ventilata più volte, vorrebbe il cirneco come autoctono della Sicilia già all’età della pietra. La tesi sarebbe suffragata da una statuetta riproducente una testa di cane dal modello molto simile al cirneco attuale, la
quale risalirebbe addirittura al Neolitico inferiore, e che è stata ritrovata a Stentinello, sulle coste ioniche siciliane.
Quale che sia la sua origine, in ogni caso remotissima, va dato atto ai siciliani, e solo a loro, di aver saputo conservare allo stato purissimo questo splendido animale. Il quale, lungi dal sentirsi un fossile vivente, è l’unico davvero in grado di avere la meglio sul coniglio selvatico, volando sopra i taglienti terreni lavici delle pendici etnee, ed in genere su ogni terreno dove la maggior parte dei segugi non muoverebbero neanche un passo.









