Apertura di caccia – L’attesa..

Il nido del falco

 

E’ fine estate. Le spighe d’oro sono state mietute e l’aria è asciutta, solcata da uccelli errabondi a caccia del pasto quotidiano; il colore del cielo è brillante di vita nuova e di promesse d’avventura. Il cane, sdraiato sotto il fresco di una pianta già sente un anelito lontano, e annusa il vento profumato di grano e di bosco. I suoi occhi d’ambra si socchiudono quasi a ricordare, a sognare, a sospirare per qualcosa da lungo tempo desiderata. Nella sua mente di cacciatore prendono forma le passate imprese fra acquitrini e calanchi roventi, e il naso gli rievoca l’afrore corposo di fagiani colorati, quello terroso, venato di fungo e di resina dell’ultima beccaccia sulla montagna, il profumo lieve e aureo di un beccaccino scampato al fucile, oppure l’usta densa d’alga e di canna del germano involatosi imperioso e poi precipitato nel fiume. Lenta, infastidita appena da una mosca pedante, la sua testa si muove mentre scruta i campi vicini, laddove ad ogni nuova stagione incomincia per lui la vita più vera. “Saranno ancora sotto al grande pioppo?”, pare chiedersi con gravezza, “..oppure forse quest’anno li troveremo vicino al laghetto?”.

Il cane interroga l’aria, e noi che lo guardiamo dialogare con eolo e vagare conIMG_20160215_165005 le pupille tutt’intorno, vorremmo invece interrogare lui. Se potessimo capire la sua lingua gli chiederemmo lumi, spiegazioni, scambieremmo con lui opinioni su dove inaugurare con dignità e profitto questa nuova stagione di caccia che si avvicina più rapida ogni giorno che passa; gli domanderemmo dove abbiamo sbagliato, in cosa abbiamo mancato, o perché siamo stati beffati da quel maschio nero e veloce come il baleno. Non possiamo, però: la natura non lo permette. La grande madre non consente che noi e lui ci si capisca attraverso il suono della parola e così dunque deve essere. E allora iniziamo a volgere la testa verso i campi spumosi di verde e di giallo, in cerca dell’altare dove celebrare la funzione per cui la dea con l’arco ci ha voluto sacerdoti. Nel nostro pensiero affannato dal vivere, danzano come ombre le esperienze trascorse, belle e brutte, guizzano immagini di partenze al fresco dell’aurora, di ritorni cocenti sotto il sole meridiano che pulsa ancora veemente d’estate, di suoni d’ali sbattute, di muscoli canini in movimento, di fatiche, di gioie, di rimpianti. Frulla il fagiano vicino al vecchio rudere con il cane scolpito, e imbracciamo, e miriamo, e tiriamo tutto in uno; lo vediamo fermarsi, cadere e venir afferrato dalla bocca del setter, cavalcatore infaticabile di mille esperienze. Poi la quaglia birbona schizza via messa in ala dalla zampata maldestra del bracco cucciolone su cui avevamo riposto la speranza di quell’oncia di effimera felicità: le spariamo, la manchiamo, la seguiamo con lo sguardo mentre un pezzo di cuore va via con lei pur sapendo come, e quanto, l’imprevisto faccia parte del gioco. Come fiamme, i ricordi si insinuano fra i nostri pensieri, e li arrovellano, li plasmano, li temprano con un fuoco lento ma ardentissimo. Guardiamo il fucile, passiamo due dita sul suo calcio e sulle canne brune. E’ quasi una preghiera, una richiesta di protezione, un affidarsi alla potenza del suo acciaio dimentichi che è nostro servo e che siamo noi a dargli vita, a dirigerlo, a decidere tutto per lui, e non il contrario. Ma è la magia dell’apertura a confonderci la mente ed il cuore. Una magia struggente, una goccia d’avventura che pervade i nostri sensi di vita nuova, di energia fresca, di voglia di rinascita, come fa il sole quando bacia le gemme. Allora accarezziamo la bella testa di velluto del cane sognante, e lui ricambia strofinando il grande naso umido contro le nostre dita, quasi a dire di non preoccuparci, di star tranquilli, di godere quel momento sempre più unico ad ogni nuova stagione che inizia.
Adesso siamo pronti. Anche quest’anno ricomincia la vita.