Nature morte con selvaggina: morti …apparenti!

L'angolo della musa

Fig 5

Dopo i secoli rinascimentali che culminarono con il trionfo del manierismo, all’inizio del milleseicento si aprì una nuova era nel campo delle arti figurative: iniziò quella che universalmente venne definita l’età barocca. Ombre profonde, luci dorate, enfasi di forme e sontuosità di colori: la natura si prende in qualche modo la sua rivincita e nelle botteghe d’arte anche i soggetti a tema venatorio iniziano ad avere una loro dimensione sociale e culturale destinata a non essere più abbandonata. Il periodo cosiddetto barocco si sviluppò

Fig 2

Fig 2

in tutta l’Europa, senza eccezioni di rilievo, anche se, per tante ragioni di carattere etnografico ed ambientale dovette adattarsi ad ogni paese con tonalità ed accenti differenti. L’epoca precedente, quella rinascimentale, pur avendo rappresentato senza dubbio la massima espressione del genio umano era rimasta ancorata ad una concezione rigorosamente antropocentrica. Con il mutar del secolo, cambia anche la concezione dello spazio e della natura quali elementi in grado di rappresentare se stessi e dunque di essere riportati sulla tela anche senza la tutorialità della figura umana. Prendono così vita nuove visioni della prospettiva e della dinamicità, individuando la loro più tipica sublimazione in quella teatralità scenografica ed in quegli accenti di luci ed ombre che hanno reso il barocco immediatamente riconoscibile anche da un profano. La Natura e l’idea di libertà ad essa correlata, si prendeva finalmente la sua rivincità su secoli di regole e di dominio figurativo antropomorfo, se, come è vero, che uno degli elementi caratterizzanti l’arte barocca è la rappresentazione degli spazi naturali come un’infinita continuità in cui manifestano il loro divenire, il loro

sviluppo futuro.

In questo tipo di visione filosofico-pittorica, appare chiaro come le rappresentazioni di cacce, animali e spazi aperti riescono finalmente ad uscire da quel ghetto in cui erano stati relegati. La sontuosità della figura, quasi una sublimazione carnale dell’armonia del movimento, la forte predominanza di tinte oro, verde scuro e rosso porpora, punteggiate qua e la da sprazzi di luce vogliono essere il veicolo per un nuovo modo di raccontare e di sentire. Esaltazione della naturalità, questa è la parola d’ordine.

Dal punto di vista delle rappresentazioni venatorie, le cose migliori le hanno fatte vedere francesi, olandesi e tedeschi. In Italia infatti, la raffigurazione della caccia e del suo mondo non hanno mai avuto, in nessuna epoca, il risalto e la predilezione di cui invece hanno goduto nelle culture artistiche di altri paesi d’Europa. Nonostante ciò, questi lavori sono giunti fino a noi e a qualcuno più fortunato può accadere di imbattersi in quadri o stampe di quell’epoca, oppure, più facilmente, in loro moderne riproduzioni tipolitografiche.

Le nature morte a tema venatorio si sono inserite benissimo, ed hanno caratterizzato più di altri soggetti l’inserimento del tema nella visione barocca della figurazione. Le spoglie degli animali cacciati offrivano una varietà di colori e forme di straordinaria forza evocativa, permettendo all’artista di esprimere il senso della morbida, elegante opulenza che la corrente cavalcava e proponeva. Inoltre, poiché le opere erano destinate perlopiù a case di grande lignaggio, apparivano perfettamente calzate nell’ambiente domestico. Ed ecco allora “bouquet” di selvaggina pregiata: fagiani, lepri, starne ed anatre, commiste a vasellame, drappi, porpore e bissi, a testimonio magnifico di come fosse importante la caccia e di quale valore avesse nell’immaginario sociale.

Fig 1a

Fig 1

Nella figura numero 1, opera di William Gowe Ferguson a metà del Seicento il gioco di luci ed ombre è davvero magistrale. Anche se l’elemento centrale non è un animale selvatico bensì un gallo, questo è appeso insieme a piccoli uccelli frutto della caccia in una scenografia tipicamente venatoria. Inoltre, in penombra, si può scorgere un beccaccino posato sulla colonna e sotto la testa del piccione c’è un appendi-selvaggina. L’autore, pur essendo scozzese, visse e lavorò in Olanda per buona parte della sua vita, assimilando così la mentalità e le tecniche dei grandi maestri del paese dei tulipani.

Nella figura 2 una magnifica natura morta di Jan Weenix, olandese ed amante dei soggetti a tema venatorio perchè egli stesso cacciatore appassionato. Un bel fagiano, una starna, un coniglio di cui s’intravede la pelliccia, sono il carniere della fortunata giornata di caccia. Il barocco qui c’è tutto e si vede anche nell’accostamento a ghirlande di rose e nella commistione con i fregi della borsa e gli ottoni del corno da caccia. Sempre di Jan Weenix il quadro rappresentato all’immagine 3, e sempre del medesimo periodo ovvero la fine del diciassettesimo secolo, la forte scena in cui un

Fig 3

Fig 3

cacciatore riposa accanto alla selvaggina da lui uccisa, appesa ad una stele sormontata da una testa demoniaca e presidiata dal suo cane. Fagiani, uccelli vari e due lepri sono composte con la consueta maestria da Weenix quasi come una sorta di cascata di abbondanza, mentre il tramonto ombroso incomincia a scendere su un paesaggio interminabile. Due cani, probabili antesignani di setter e pointer, all’immagine 4 che

rappresenta un dipinto di Ferdinand de Hamilton artista che operò alla metà del secolo barocco; una lepre ed un piviere il pregevole risultato della giornata di caccia. Lo stile qui è britannico, per un certa tendenza alla didascalia più che all’enfasi, ma l’atteggiamento del pittore è indiscutibilmente ancora barocco, nonostante l’opera sia ascrivibile al momento del trapasso all’epoca romantica.

Fig  4a

Fig 4

Tripudio di selvaggina, colori e chiaroscuri alla figura 5 ( in apertura) lo splendido olio di Pierre Boucle datato 1652. Gli elementi del barocco sono tutti riuniti in questa meravigliosa natura morta

del maestro francese, ma olandese d’origine. Un bouquet composto da una lepre, un fagiano, una starna ed un germano adagiati su un drappo costituiscono l’elemento centrale

di una raffigurazione ricchissima: pesci affumicati su piatti di rame, un pane croccante, frutta in vassoio ed un gallo in un cesto sono sorvegliati da un levriero, di certo protagonista della splendida cacciata. Con l’immagine 6 si sfiora un mito: l’opera è di un allievo di Jan Fyt, il leggendario maestro olandese autore di alcune fra le più belle rappresentazioni venatorie della storia della pittura. La lepre è un vero

Fig 6

Fig 6

capolavoro, animale nella cui rappresentazione lo stesso Fyt eccelleva, ma egualmente magistrali sono tutti gli altri elementi, segnatamente la starna e gli ortaggi. Domina un tenue oro verde, ad incarnare in pieno l’atmosfera del barocco più opulento e sfarzoso.

Starna magnifica come elemento centrale al posto dei consueti fagiano e lepre, per la tela raffigurata alla figura 7. Anche qui si è davanti ad una vera perla, e pur non conoscendo il nome dell’autore il dipinto è attribuito alla scuola fiamminga, un’altra delle grandi “accademie” del barocco europeo. L’oro

Fig 7

Fig 7

dell’uva e dell’animale, insieme con il rosso delle bacche comunica subito l’idea di sontuosità, e il talento del pittore lo si vede dalla misura di questi accostamenti e dalla precisione magistrale con cui ha reso il piumaggio della starna in forme e tonalità adeguate.

Tutta italiana invece, l’opera rappresentata al numero 8. E’ una natura morta di notevole effetto scenico, anche per le dimensioni generose ( 87 per 128 cm) con molta selvaggina, per lo più acquatica, ed un gallo in secondo piano. Oro assolutamente predominante e punto di rosso affidato alla cresta ed ai bargigli dell’orgoglioso re del pollaio. L’autore è Angelo Maria Crivelli, e il dipinto, non datato, risale all’incirca al 1690.

Autentica cascata di selvaggina nel quadro al numero 9, opera di un seguace di un altro

Fig 8

Fig 8

mito della pittura, e dell’illustrazione cinegetica, ovvero Jean Baptiste Oudry. E’ un barocco tardo e ormai avviato a trasfondersi nel rococò, ma ancora energico, fluente, straricco di giochi di luce e di effetti cromatici e, nella sua abbondanza di figure pare voglia rimanere aggrappato ad ogni costo, agli splendori di un periodo magnifico, mai più destinato a tornare.

Fig 9

Fig 9