MURGESE: IL NERO D’ITALIA..

Amico Cavallo

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Dieci biglietti omaggio per lo spettacolo della sera. Questo era il premio offerto dal direttore del circo a chi fosse riuscito a rimanere in groppa al cavallo selvaggio per un intero giro di pista. Ricordo come fosse ieri il suo vestito elegante mentre imboniva dal microfono, e ricordo altrettanto bene l’odore acre della segatura sparsa sulla pista, le facce degli amici che tentavano di dissuadermi, la gente che affollava le tribune. Posso ancora sentire l’emozione che provai trovandomi lì, all’ingresso della pista del circo Medrano, e poi il brivido quando dal sipario si materializzò quel grande cavallo nero irrompendo in pista come un leviatano. Ai miei occhi di quattordicenne apparve come un essere mitologico, una sorta di unicorno morello che s’impennava e sgroppava correndo in cerchio davanti a centinaia di spettatori plaudenti. In quattro avevamo accettato la sfida del direttore, ed io ero l’unico ragazzo dietro tre uomini adulti. Un uomo vestito di rosso entrò e occupò il centro della pista impugnando una lunga frusta mentre a noi veniva spiegato che avremmo dovuto saltare verso il cavallo in corsa, afferrarlo dalla criniera e montarvi in groppa rimanendo sopra per almeno un giro. Vortici di esaltazione misti a terrore mi attraversarono da capo a piedi non so più quante volte. Guardavo ipnotizzato quegli occhi di fuoco, la maestosa chioma ondulata danzante nell’aria e quelle possenti muscolature che guizzavano sotto la luce e parevano metallo nero rivestito di velluto. Vidi balzare su il primo, lo vidi cadere, e poi via via gli altri: uno riuscì ad artigliare la criniera e a salire rimanendo per alcuni metri e un altro finì sotto il ventre di quel dragone nero, che lo saltò senza nemmeno sfiorarlo e continuò la sua galoppata rampando al cielo e poi sferrando in aria calci terribili. Il pubblico era in delirio, io non respiravo più. Mi lanciai verso di lui, riuscii a prenderlo per la criniera e a balzare sulla sua spalla aggrappandomi come un ragno. Mi strinsi forte schiacciando la mia testa sul suo collo e dopo non so più quanto mi sentii scaraventare per aria da una forza invincibile e mi ritrovai in mezzo al truciolo umido, mentre il direttore urlava qualcosa nel microfono. Ero stato quello che aveva percorso più metri in groppa al “cavallo selvaggio”, e pur non avendo compiuto l’intero giro di pista il circo volle lo stesso darmi i dieci biglietti.
L’episodio è ancora vivo in me con la forza di quel momento, ma solo tanti anni dopo capii che quel destriero color della notte era tutto fuorché un cavallo selvaggio. Si trattava di un meraviglioso, addestratissimo cavallo murgese. Fu il mio primo impatto con questa razza magnifica, e avrebbe condiviso il destino comune a tutti i veri amori, ovvero quello di non poter essere mai dimenticati.
Dal sipario frusciante di quel circo, tanti decenni orsono era uscita una creatura possente, un simbolo di forza e di cuore, un protagonista nella storia equestre IMG_20160710_094252d’Italia e dell’Europa intera se è vero, come è vero, che la sua formazione nasce da un coagulo di sangui pregiati, di armonie funzionali, di vicende storiche e umane con pochi altri paragoni nel mondo equino. In una sapiente alchimia, i geni sono stati forgiati al fuoco di una terra aspra e calcarea, fortificati fra boschi di leccio inondati dal vento salso di due mari, affinati in praterie e declivi roventi d’un sole spietato e vivificante. Le Murge sono un luogo complesso, un ambiente in cui le essenze di terra e di flora mediterranee hanno dato luogo ad una crasi di forza e fertilità, ad un dualismo fra dure pietre bianche e terreno ricco di pascolo, fra colline digradanti sino alle coste e selve ombrose che s’arrampicano giungendo a centinaia di metri di altitudine. Territorio vasto più di quattromila chilometri quadrati, distribuiti fra le provincie di Bari, Brindisi e Taranto, le Murge costituiscono una zona che un dio bizzarro ha voluto da una parte dotare di bellezza unica, e dall’altra di un carattere a volte ruvido, riottoso, assetato d’estate e sferzante d’inverno, solcato da grotte carsiche come rughe su un antico volto indurito dalla vita. Le terre sono fertili, ma occorre molto lavoro per poterne trarre frutto adeguato; l’acqua a volte è troppa, a volte troppo poca, e il pascolo può essere ricco o povero a seconda del versante di un colle.
Al pari di una donna magnifica, con le sue dualità la terra di Murgia ha sempre attratto i conquistatori. E’ per questo che proprio qui, la storia e l’uomo hanno estratto una razza di cavalli che non ha eguali, sgrezzandola dalle nebbie del tempo come un diamante dal suo involucro di carbone.
Tuttavia, come per ogni altra razza equina, ma anche canina, è necessario stabilire due cursus per risalirne i meandri delle origini: il primo è quello della storia ancestrale della razza, il secondo, è quello della storia zootecnica.

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